Fondo Unione Femminile Nazionale (archivio storico)

L’Unione femminile nazionale nasce nel 1899 per l’emancipazione sociale, culturale, politica delle donne. Fondata a Milano, avrà per un certo periodo sezioni in tutta Italia. Il fondo conserva la documentazione prodotta e acquisita dall’Unione Femminile nel corso della propria attività nel periodo compreso fra il 1899 e il 1939 e costituisce una fonte di primaria importanza per lo studio del movimento di emancipazione delle donne.

Estremi cronologici

1899 – 1951 con antecedenti dal sec. XVIII e seguiti fino al 1966

Consistenza

bb. 15 (fascc. 1 – 85 fra cui alcune cartelle di grande formato, fotografie storiche originali e in riproduzione), regg. 18.

Descrizione del fondo

Il fondo conserva la documentazione prodotta e acquisita dall’Unione Femminile nel corso della propria attività istituzionale, a partire dalla fondazione nel 1899 e fino al decreto prefettizio di scioglimento dell’ente nel 1939 con devoluzione delle “attività patrimoniali” all’ECA; conserva inoltre carte relative al recupero della sede e alla riapertura dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Sono presenti verbali dei consigli di amministrazione e delle assemblee, bilanci, documentazione amministrativa (con particolare riguardo all’acquisto e all’amministrazione della sede), documentazione relativa alle attività culturali, formative e sociali, volte in particolare alle donne e all’infanzia, corrispondenza (carteggi della Presidenza con le socie e altre istituzioni, altri carteggi), carte sul suffragismo femminile italiano e internazionale, fotografie, atti notarili e rilievi grafici relativi alla sede di corso di Porta Nuova 32, già 20, compresi gli atti di provenienza.

La documentazione è organizzata nelle serie:

–          Atti costitutivi e documentazione fondamentale

–          Organi amministrativi

–          Attività economiche e di gestione

–          Attività sociale, civile e assistenziale

–          Sezioni in altre città

–          Documentazione diversa

–          Archivio fotografico.

Consultabilità

Alcune serie sono attualmente soggette a restrizioni di consultabilità o a totale esclusione dalla consultazione per volontà dell’ente.

Si tratta in particolare della serie Atti costitutivi e documentazione fondamentale e della serie Attività economiche e di gestione limitatamente alla sottoserie Proprietà immobiliare, comprendente la documentazione attinente all’acquisto e alla gestione della sede. Tale documentazione è esclusa tassativamente dalla consultazione.

La consultazione dei registri dei verbali del Consiglio di amministrazione e delle assemblee dei soci  (comunque entro la data del 1939) è soggetta a restrizioni di consultabilità a insindacabile giudizio dell’ente, che ne valuterà l’effettiva necessità di consultazione solo dietro presentazione di dettagliato progetto di ricerca.

Il libro dei soci (1905 – 1949), non descritto nell’inventario attualmente in vigore, non è consultabile. E’ possibile richiedere una ricerca su nominativi specifici, che verrà svolta dal personale interno.

Inventario sul sito dei Beni culturali della Regione Lombardia

Soggetti produttori

Unione Femminile (Milano, 1899 – 1905)

poi Società anonima cooperativa Unione Femminile (1905 – 1906)

poi Società anonima cooperativa Unione Femminile Nazionale (Milano, 1906 –   )

Istituzione a carattere sociale sorta a Milano nel 1899 per iniziativa di Ersilia Majno Bronzini,  moglie dell’avvocato e deputato socialista Luigi Majno, affiancata da collaboratrici e sostenitori, di diversa estrazione sociale e formazione culturale. Il manifesto programmatico fu firmato da Jole Bersellini Bellini, la poetessa Ada Negri Garlanda, Antonietta Pisa Rizzi, Silvia Pojaghi Taccani, Carolina Ponzio, Costanzo Rignano Sullam detta Nina, Elly Carus, Irma Melany Scodnik, Nina Ottolenghi Levi, Adele Riva.

Facevano parte dei fondatori anche alcuni uomini, fra cui il pittore ferrarese Giuseppe Mentessi – uno dei firmatari, che avrà una parte importante nei primi progetti sostenuti dall’Unione -, il giurista e cultore di diritto internazionale Gaetano Meale, che si firmava con lo pseudonimo di “Umano”, e il banchiere Alberto Vonwiller, vedovo di Edwige Gessner, forse tra le prime ideatrici del progetto. I promotori erano espressione della “borghesia milanese colta, laica e progressista; alcuni erano militanti o simpatizzanti del Partito Socialista”.

Secondo il manifesto costitutivo, scopi dell’Unione Femminile erano “l’elevazione ed istruzione della donna” e “la difesa dell’infanzia e della maternità”. Rientravano fra gli scopi sociali anche il “dare studi ed opera alle varie Istituzioni di utilità sociale” e il “riunire in una sola sede le associazioni ed istituzioni femminili”.

L’Unione prometteva alle socie una “sede decorosa”, una “biblioteca in comune”, una “sala di lettura con giornali e riviste”, “conferenze, corsi di lezioni, trattenimenti”.

L’attività dei primi anni dell’istituzione si focalizzò in particolare sulla lotta contro la prostituzione, sulle campagne per l’abolizione dell’autorizzazione maritale (ottenuta solo nel 1919 con la legge Sacchi), per la conquista del diritto di voto alle donne (con la promozione in particolare dell’inchiesta in merito alla concessione del voto attuata con l’invio di questionari a varie personalità e pubblicata nel 1905), per il divorzio e sulla creazione di strutture di assistenza e formazione per le donne.

L’Unione operava, in sintesi “per la formazione della cittadina e insieme per l’affermazione di un modello nuovo di famiglia e società”.

Fu creato a tal fine, nel 1901, nell’ambito dei servizi sociali, l’Ufficio indicazioni e assistenza[1].

L’ufficio, che sarà ripreso e imitato in altre città italiane e anche a Milano vedrà diverse sedi, era “pensato come modello di coordinamento pubblico dell’assistenza cittadina”.

“E’ l’origine del segretariato sociale. L’informazione, considerata centrale già nel progetto fondativo, è intesa come elemento costitutivo della cittadinanza sociale prima che politica.”

Sempre nei primi anni vedranno la luce il Ricreatorio festivo La Fraterna[2] e la Scuola professionale di disegno per le piccole lavoratrici[3] diretta dal pittore Giuseppe Mentessi. Entrambe le istituzioni (che si renderanno autonome nel 1911 e si apriranno anche alle donne adulte) sono inizialmente rivolte alle cosiddette piscinine, le bambine fra i 9 e i 13 anni impiegate nelle modisterie e sartorie come apprendiste o per la consegna di pesanti pacchi a domicilio e di cui l’Unione aveva nel 1902 sostenuto con forza lo sciopero.

Il 16 dicembre 1901 era sorta – sempre per iniziativa di Ersilia Majno Bronzini assieme a Nina Rignano Sullam, Alessandrina Ravizza, il sindaco di Milano Ettore Ponti e il medico Camillo Broglio – la sezione milanese del Comitato italiano contro la tratta delle bianche[4], che sarà ospitata presso la sede dell’Unione e che opererà in funzione della denuncia e della lotta alla prostituzione, specie minorile, vista come “estrema conseguenza dell’oppressione sociale e sessuale subita dalle donne” (lettera di Ersilia Majno al marito Luigi).

L’Unione diede anche il proprio supporto nel 1902 alla fondazione dell’Asilo Mariuccia, la seconda istituzione (autonoma) voluta da Ersilia Majno in ricordo della figlia Mariuccia, deceduta appena tredicenne nel 1901. L’Asilo, in stretta connessione con i presupposti portati avanti dal Comitato contro la tratta delle bianche, si proponeva di “accogliere ragazze avviate alla prostituzione, o per aver subito violenze o abusi sessuali, o con vissuti tali da compromettere lo sviluppo di un’esistenza normale.”

Già nel 1901 aveva preso vita, inoltre, il periodico Unione Femminile, quale “spazio di elaborazione teorica delle attività pratiche dell’Unione”, rivolto a “tutte le donne cui sta a cuore il miglioramento economico e sociale della loro classe”. Il periodico ebbe alterne fortune e una vita tormentata: interrotto bruscamente nel 1905, fu ripreso tra il 1908 e il 1912 come bollettino trimestrale e rilanciato infine tra il 1917 e il 1918.

Società anonima cooperativa Unione Femminile (Milano, 1905 –    )

dal 1906 denominata Società anonima cooperativa Unione Femminile Nazionale

già Unione Femminile (Milano, 1899 – 1905)

Il 12 marzo 1905 l’Unione Femminile assunse la forma di società anonima cooperativa e l’anno successivo, con delibera dell’assemblea dei soci 24 marzo 1906, assunse la denominazione di Unione Femminile Nazionale, su proposta di Ersilia Majno Bronzini, a evidenziare il carattere non più solamente milanese dell’istituzione.

L’Unione Femminile si era infatti diffusa rapidamente in tutta Italia, aprendo sezioni in diverse città: fin dal 1903 a Roma, quindi a Udine, Livorno, Torino, Catania, Breno (Brescia), Rovereto (Trento), Cagliari e Macomer (Nuoro). A Firenze, sul modello milanese, era stato aperto nel 1904 un Ufficio indicazioni e assistenza.

L’Unione, in quanto società, era amministrata da un consiglio – con un presidente ed un vice presidente – composto da sette soci nominati dall’Assemblea generale.

Secondo l’atto costitutivo in società, l’Unione Femminile aveva lo scopo di “acquistare od affittare stabili in Milano e nelle varie città d’Italia per affittarli o subaffittarli alle Associazioni e Istituzioni femminili che svolgono un’azione utile al miglioramento economico e morale della donna”. La società si proponeva inoltre:

–        “di istituire uffici di indicazioni e assistenza e di collocamento”;

–        “di creare circoli, ricreatori, biblioteche e istituzioni che possano schiudere nuove vie alle attività femminili e preparare con insegnamenti teorico-pratici elementi femminili per le varie opere di assistenza e di previdenza”;

–        “di costituire sezioni nelle varie città d’Italia per dare estensione e sviluppo al risveglio dell’attività muliebre”;

–        “infine di promuovere ed appoggiare tutte quelle iniziative che possono contribuire alla elevazione morale e materiale della donna e alla difesa e istruzione del fanciullo”.

Dopo i primi anni in cui l’istituzione cambiò varie sedi (fra cui la prima in via San Tommaso 6, e una in via Monte di Pietà 9) nel 1910 le socie dell’UFN riuscirono a reperire, attraverso una raccolta di fondi, la copertura necessaria ad accendere un mutuo per l’acquisto – formalizzato nel marzo 1911 – di uno stabile al civico 20 del corso di Porta Nuova.

Si trattava di un ampio caseggiato con botteghe, in cattive condizioni ma in una zona centrale di Milano, che le socie progressivamente restaurarono e ampliarono, dotandolo di una biblioteca comune, di un salone delle conferenze (denominato in seguito “Teatro”) e di un dormitorio.

L’UFN dava così compimento al manifesto programmatico del 1899, che prevedeva fra gli scopi sociali quello di dare una sede decorosa e unica alle socie e alle numerose associazioni e istituzioni femminili che l’Unione si impegnava ad ospitare.

Per quanto attiene alle attività, furono continuate iniziative già intraprese nei primi anni di vita; altre videro la luce, anche o soprattutto negli anni difficili del primo conflitto mondiale.

Nel maggio 1908 l’UFN organizzò a Milano il Primo congresso nazionale di attività pratica femminile, sostenendo in tale ambito la campagna per l’introduzione del divorzio, già avviata sul proprio periodico Unione Femminile. Fu confermata inoltre in tale occasione la mozione che negava l’opportunità dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica, già votata all’importante Primo congresso nazionale delle donne italiane dell’aprile dello stesso anno.

Sul fronte sociale l’UFN continuò l’impegno per il diritto alla parità sul lavoro, promuovendo l’istituzione delle Casse di maternità, la prima delle quali fu aperta nel 1905,con il contributo della Società Umanitaria. Le Casse di maternità, fondate su base mutualistica, erano finalizzate a dare sostegno economico alle lavoratrici madri nel periodo precedente e successivo al parto, non coperto da alcuna forma di retribuzione. Altre due casse furono aperte nel 1919 e nel 1925.

L’UFN promosse inoltre la formazione di ispettrici di fabbrica, a tutela delle lavoratrici, per il rispetto della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli approvata il 19 giugno 1902.

Nel 1905 vide la luce l’Ufficio di collocamento per il personale femminile di servizio[5], che funzionerà fino al 1938. Era rivolto alle “domestiche, cuoche, cameriere, bonnes, bambinaie, istitutrici, dame di compagnia” e a tutto il personale d’albergo. Nel 1906 all’Ufficio di collocamento, che si occupava anche della tutela dei diritti e in particolare delle minorenni impiegate a servizio, venne affiancato un dormitorio-pensione “con lo scopo di accogliere le ragazze appena arrivate in città per cercare lavoro come domestiche, prima che [fossero] intercettate dal mercato della prostituzione”.

Proseguiva intanto l’attività dell’Ufficio indicazioni e assistenza, che ebbe termine solo con la scioglimento dellUFN sullo scorcio degli anni Trenta. All’Ufficio indicazioni e a quello di collocamento si affiancheranno progressivamente altre iniziative a carattere sociale, volte al personale di servizio femminile o ad altre fasce deboli della popolazione: oltre al convitto-scuola per domestiche, che ospitava gratuitamente per tre mesi le giovani per offrire loro un’istruzione professionale, a un ricreatorio festivo sempre a loro dedicato, al già ricordato dormitorio-pensione, alla Scuola di cucina ed economia domestica, nel 1934 fu istituito il Comitato pro-vedove (* c’è una fonte per questa data?).

Un’attenzione particolare fu riservata dall’UFN all’assistenza materna e infantile: fu creata la Pro infanzia, e – in collaborazione con il Comune – furono aperti i Consultori per lattanti, gli Ispettorati baliatici, il Centro di salute, le cucine materne, i corsi di puericultura e psicologia. Nel 1919 e 1925, come già ricordato, furono istituite dall’UFN due sezioni della Cassa di maternità.

L’UFN si impegnò, fra l’altro, nella campagna per l’introduzione di un sistema penale differenziato per i minori. Favorì e promosse infine una “’scuola integrale’, ossia completa di tutti i servizi di supporto che [rendessero] possibile il rispetto dell’obbligo scolastico anche per le famiglie meno agiate.”

Su altri versanti l’UFN manteneva le promesse del manifesto programmatico con l’organizzazione – attraverso un proprio “Circolo” – di conferenze, incontri, dibattiti su temi cari all’istituzione (diritti civili, sociali e politici, pedagogia e igiene). Anche il teatro – già Salone delle conferenze, previsto fin dal primo progetto di ristrutturazione della sede di corso di Porta Nuova – fu ampliato negli anni Venti e munito di apparato cinematografico per la proiezione di documentari a carattere sociale. Nel 1926 fu affidato ad una compagnia che propose un programma di autori moderni.

Analogamente, la biblioteca, già prevista nel primo manifesto, ebbe un notevole impulso, con speciale attenzione ai temi di carattere sociale, pedagogico e alla condizione della donna. Negli anni Venti la biblioteca fu affidata alle cure dell’antifascista Bianca Ceva.

La Prima guerra mondiale vide l’Unione impegnata a favore dei combattenti e delle loro famiglie. L’istituzione mise a disposizione le proprie strutture e le proprie capacità organizzative attivando, in particolare presso lo spazio del proprio teatro, laboratori di biancheria e di maglieria, per la produzione di maschere antigas, di antiparassitari, di gambali, di scaldarancio, destinati ai combattenti.

Collaborò inoltre con il Comitato di soccorso pro-disoccupati del Comune.

Nel 1915 l’UFN aprì presso la propria sede la Casa materna per accogliere bimbi “lattanti e slattati” da uno a sei mesi: era una forma di aiuto concreto alle famiglie, duramente provate dal richiamo dei padri alle armi e dall’assenza delle madri, costrette al lavoro.

Nel 1917 con la sconfitta di Caporetto, l’UFN lanciò un appello contro il disfattismo, firmato da molte associazioni ed enti milanesi e nel dicembre dello stesso anno indisse un comizio al Palazzo della Borsa. Nel gennaio 1918 usci il numero unico pubblicato dall’UFN La riscossa, distribuito nelle trincee e nel paese.

Sempre nel 1917 l’UFN rispose, con altri enti, all’invito del Comune di Milano per la fondazione della Cooperativa per cucine popolari e ristoratori economici (divenuta in seguito ABC Cooperativa per Ristoratori a Prezzi Fissi). L’iniziativa trovava ragione nel clima di generale rincaro dei prezzi dei generi alimentari e del combustibile, nonché nell’occupazione nelle industrie di donne sino a quel momento casalinghe, e rispondeva alla necessità – resasi stringente durante la guerra – di allestire speciali cucine dove i cibi potessero essere cotti completamente o in parte, venduti al minimo prezzo e asportati per essere consumati in famiglia, o dove le vivande potessero essere consumate in luogo.

Con l’avvento del Fascismo si aprì per l’UFN un periodo difficile, che culminò nel decreto prefettizio di scioglimento, emanato all’inizio del 1939.

Gli anni Venti e Trenta videro tuttavia l’istituzione ancora tollerata dal regime – pur nella progressiva “fascistizzazione” dello Stato e nella graduale devoluzione delle attività assistenziali materne e infantili alla neocostituita Opera nazionale Maternità e Infanzia (ONMI).

Nel 1926 l’UFN aveva accettato di federarsi all’Ente nazionale della cooperazione.

Nel 1931 riuscì ancora ad aderire alla “Petizione per il disarmo” promossa dalla Federazione italiana per il suffragio e i diritti civili e politici delle donne, presieduta da Ada Sacchi, pur sollecitata dal prefetto di Milano ad astenersi dall’iniziativa.

Nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, la vita dell’UFN, che vedeva fra le sue socie molte donne ebree fra cui due consigliere in carica (che si dimisero alle prime avvisaglie del provvedimento con alcuni pretesti, al fine di evitare lo scioglimento dell’ente), era segnata.

Il 31 gennaio 1939 un decreto della Prefettura di Milano dichiarava sciolta l’istituzione, in quanto  svolgeva “un’attività assistenziale demandata esclusivamente ad Enti o ad Uffici Pubblici” e dunque ritenuta in contrasto con i pubblici ordinamenti. Ne ordinava altresì la devoluzione di tutte le sue “attività patrimoniali” all’Ente Comunale di Assistenza di Milano.

Si trattava in realtà di una misura di sicurezza pubblica, un provvedimento di polizia, come evidenziava il richiamo nel decreto all’art. 210 del T.U. della legge di P.S. (R.D. 18 giugno 1931, n. 775), che presupponeva un’attività contraria agli ordinamenti politici costituiti nello Stato.

L’UFN fece subito ricorso, appellandosi al Ministero dell’interno.

Con decreto 26 marzo 1942 il Ministero delle corporazioni decretava l’effettivo scioglimento del consiglio di amministrazione e la nomina di commissari ministeriali, quindi di un liquidatore.

L’UFN riuscì tuttavia a conservare la proprietà della sede. Il 28 maggio 1946 fu emesso il decreto di revoca dello scioglimento; il 23 agosto 1946 fu convocata l’assemblea delle socie. Le attività sociali ripresero gradualmente fin dal settembre 1948 con un servizio gratuito di segretariato sociale in collegamento con la Scuola di assistenza sociale, mentre la riapertura della sede di corso di Porta Nuova, duramente provata dalla guerra, si ebbe solo alla fine del 1950.

Negli anni successivi alla ripresa l’attività dell’UFN si incentra sulla preparazione politica delle donne, sulla difesa del lavoro e sull’attuazione dei diritti ottenuti con la Costituzione. Promuove in particolare la partecipazione delle donne al voto, finalmente conseguito.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, per sostenere l’istruzione femminile bandisce premi e borse di studio per studentesse in condizioni disagiate e per bambine promosse alla terza classe di scuola media.

Istituisce nel 1953 all’interno delle proprie attività il Circolo dei genitori e degli educatori, per fornire un sostegno qualificato attraverso specialisti alle famiglie nell’educazione dei giovani. Il Circolo si trasformerà in Scuola dei genitori, con un proprio statuto e un propria autonomia nel 1956, pur continuando ad essere ospitata e finanziata fino alla fine degli anni Sessanta dall’UFN.

Nel 1967 l’UFN è tra i promotori del Centro per la riforma del diritto di famiglia, mentre la propaganda per il divorzio è in linea con le campagne sostenute dall’istituzione fin dai primi anni del Novecento.

Ospita dal 1968 e fino al 1972 uno dei primi consultori laici: il Centro per l’educazione matrimoniale e prematrimoniale (CEMP), presso il quale viene fornita – fra l’altro – consulenza in materia di contraccezione.

L’UFN partecipa inoltre attivamente alla campagna per la legalizzazione dell’aborto.

Dal 1987 al 1993 apre presso la propria sede lo Sportello pensioni, con l’offerta di consulenza gratuita per tutto l’iter procedurale di richiesta della pensione.

Attualmente l’UFN opera nel solco della tradizione da sempre seguita sin dalla fondazione, disponendo di attività e servizi quali:

–        lo Sportello legale, che offre assistenza gratuita in materia di diritto di famiglia;

–        il Centro di documentazione, costituito da una ricca biblioteca su temi di storia, di identità e della condizione femminile, e da numerosi fondi archivistici;

–        lo Spazio dell’Unione, in cui si svolgono incontri e dibattiti su temi di attualità e di interesse culturale, sociale, politico, oltre a iniziative teatrali e musicali, esposizioni e mostre.

[Notizie tratte, con alcune integrazioni, dal catalogo della mostra storica dell’Unione Femminile Nazionale (Milano, 2013)]

Bibliografia

Bibliografia storia Unione femminile nazionale

Note

[1]     Fra i vari scopi dell’Ufficio indicazioni e assistenza, vi era quello precipuo di aiutare quanti si rivolgevano in stato di bisogno nella compilazione di moduli e questionari da inoltrare alle istituzioni di beneficenza. L’Ufficio accertava nel contempo “la reale esigenza delle condizioni di pauperismo, studiandone così più da vicino le cause e i possibili rimedi.” (F. Taricone, L’associazionismo femminile in Italia dall’Unità al fascismo, p. 148). Analogo vantaggio ricavavano le istituzioni benefiche, che ricevevano pratiche compilate con chiarezza, corredate dei documenti necessari, e potevano in questo modo rendere più efficiente e rapida la loro azione. Altro scopo era la raccolta di materiale di studio sul pauperismo e sulle sue cause, al fine di un migliore ordinamento dell’assistenza dei poveri. L’ufficio funzionava in tal senso anche come “ufficio di statistica dei poveri”. Con il 1906, tramite un consorzio fra l’Unione Femminile e la Società Umanitaria, furono aperti due altri uffici in altre zone della città. Uno degli uffici, denominato sezione I, operava in via Tre Alberghi 17 (traslocando in via Monte di Pietà 9 nell’ottobre 1907); l’altro, denominato sezione II, già operativo nel giugno 1906, operava nel quartiere di Porta Tenaglia in via G.B. Niccolini 26. Un terzo ufficio fu aperto il 16 dicembre 1907 nel popoloso quartiere di Porta Genova, in via Vigevano 8.

Presso l’Archivio storico dell’UFN è conservato il libro verbali dall’8/05/1906 al 16/04/1912 intestato al consorzio costituito con la Società Umanitaria per gli Uffici indicazioni e assistenza.
[2]     La Fraterna. Società generale delle Piscinine fu costituita come sezione dell’Unione Femminile con sede in via S. Tomaso 6. Aveva come scopi dichiarati nel programma-statuto l’istruzione, la previdenza e la solidarietà fra le piccole lavoratrici, per renderle “più forti e coscienti” al compimento dei doveri e alla rivendicazione dei loro diritti. Il Consiglio direttivo della Fraterna era composto da una socia dell’Unione Femminile coadiuvata da una direttrice della Sezione Istruzione e dalla dirigente dell’Ufficio indicazioni e assistenza.
[3]     La Scuola di disegno, dopo un anno di funzionamento presso un’aula messa a disposizione presso la Scuola tecnica femminile G.B. Piatti, e successivamente nella scuola elementare femminile di via Palermo, dovette stabilirsi in locali propri, in via Monte di Pietà 9. Ebbe quindi sede presso l’UFN, dopo l’acquisto e il riadattamento della casa in corso di Porta Nuova, pagando un affitto, per poi traslocare successivamente nel luglio 1920. Il metodo di disegno era basato sull’osservazione e la riproduzione del vero.
[4]     Il Comitato milanese ebbe dapprima carattere locale, poiché le funzioni di Comitato nazionale erano state assunte da altro comitato già precedentemente costituito a Roma. Con lo scioglimento del Comitato romano, le funzioni di Comitato nazionale furono assunte – a partire dal maggio 1908 e previa intesa con l’International Bureau for the suppression of the White Slave traffic di Londra – dal Comitato di Milano.
[5]     L’Ufficio di collocamento pel personale femminile di servizio fu aperto il 1° giugno 1905 presso la sede dell’Unione di via San Tommaso 6, su proposta della Società Umanitaria, attraverso la costituzione di un consorzio fra l’Umanitaria e l’Unione Femminile. Il consorzio prevedeva che all’Unione Femminile spettasse di provvedere al locale e all’arredamento, mentre l’Umanitaria stanziava 3000 lire l’anno per le spese di funzionamento dell’Ufficio, la cui direzione era affidata ad una Commissione. Questa era composta da due rappresentanti dell’Umanitaria e da due dell’Unione e presieduta dal presidente della Società Umanitaria. Con il 1° ottobre l’Ufficio di collocamento si trasferiva in via Tre Alberghi 17. Il consorzio, che aveva sulle carte un proprio logo, costituito dalle iniziali stilizzate delle due istituzioni partecipanti, fu sciolto nel 1923 e l’Ufficio passato alle dirette dipendenze dell’UFN. “L’ufficio fin dalla nascita ebbe un carattere di servizio pubblico e fu ufficialmente riconosciuto come tale dall”Ufficio Nazionale per il collocamento e la disoccupazione e in seguito dalla Direzione Generale del Lavoro e Previdenza Speciale (Ministero dell’Economia Nazionale)” (F. Taricone, L’associazionismo femminile in Italia dall’Unità al fascismo, p. 166 sg.)

Pubblicato il: 15 Giu, 2015