Il feminismo in Italia, dattiloscritto di Ersilia Majno

11/02/2019

In questo documento Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) descrive origini e prospettive del femminismo a lei […]

In questo documento Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) descrive origini e prospettive del femminismo a lei contemporaneo. Si tratta di un dattiloscritto conservato nel Fondo Famiglia Majno (b. 55, f. 2) di cui pubblichiamo la trascrizione (n. b.: il formato in neretto dei nomi è applicato da noi per facilitare la lettura).

Il feminismo in Italia

L’educazione primitiva intellettuale e morale del vostro poopolo non si potrà ottenere giammai pienamente e felicemente finché non facciate concorrere la donna all’opera vostra. Voi mi dite che il regno della donna deve essere la famiglia. Tanto meglio, io rispondo, poichè la famiglia è il principio della repubblica, le virtù domestiche sono il fondamento delle sociali, l’amor di famiglia il primo raggio dell’amor di patria, il buon ordine della casa il primo elemento del buon ordine dello Stato. Indipendentemente da ciò, potete voi ignorare la possente ifluenza che le donne possono esercitare nel seno di una repubblica?
Romagnosi, Scienza delle Costituzioni

Vasta e complessa è la trattazione di questo tema che potrebbe dare interessante materia ad un volume. Vasta per lo sviluppo che ha preso in Italia ove le femministe hanno rapidamente sostituito le affermazioni teoriche una azione pratica di lavoro sociale fondando istituti, società, opere di assistenza svariatissime – dalle leghe di lavoro alle società di patronato, dalle istituzioni per i bambini lattanti alle casse di maternità, dagli asili alle scuole professionali – svolgendo nei più disparati campi una attività sagace e perseverante.

Complesso, perché in Italia l’acuita questione religiosa e l’intolleranza, l’intransigenza ch’essa genera hanno dato indirizzo vario all’azione feminista, rendendo impossibile una unica concorde operosità anche per il trionfo di quei postulati chiari, definiti che dovrebbero raccogliere la cooperazione comune.

Così, sovente, invece di azione compatta, organizzata, contro tutti i pregiudizi e le ingiustizie che nella nostra società colpiscono la donna e conseguentemente il fanciullo, abbiamo movimenti parziali, scaramucce, senza quella cosciente ostinata continuità, quel largo consenso, quel generoso impulso che fanno sparire l’individuo e le sue passioni nell’ardore dell’opera per un ideale comune. Abbiamo in Italia, come resto ovunque, un feminismo di diverse gradazioni e tendenze. Un feminismo borghese incerto e timido, dalle parvenze intellettuali e aristocratiche, un feminismo cattolico con solo carattere di infallibilità intransigente che prende voce dalla curia e un feminismo sereno e razionale che non si perde in vane recriminazioni, lascia la réclame all’industria, trova assurda la lotta di sesso, vuole il riconoscimento dei diritti della donna, come utile e necessaria reintegrazione del diritto all’attività sociale dell’uomo. Un feminismo che ha indirizzate le proprie energie ad un lavoro pratico del quale ebbe modo di misurare le difficoltà e conoscere le esigenze dei nuovi doveri, di acquistare l’esperienza per compierli e per dar vita ad iniziative utili, vero campo sperimentale per lo studio dei problemi che s’impongono alla società nostra.

Queste diverse tendenze del feminismo in Italia pur non potendo essere che eccezionalmente armonizzanti fra loro ovvie ragioni, compiono nel momento attuale un’utile funzione. Esse servono ad illuminare ed interessare le donne d’ogni classe e di ogni opinione, a mantener vive le energie, a raggruppare i diversi elementi nei diversi campi, contribuendo alla formazione di quella coscienza politica e sociale che la donna deve avere per esplicare le sue attività con sicuri criteri, per adoperare con chiara coscienza e fermezza l’arma insistentemente chiesta del voto.

Il feminismo svoltosi integralmente con esplicazioni pratiche d’attività sociale e continua propaganda e agitazione per le rivendicazioni di diritto, non ha fatto che seguire la via tracciata dalle feministe che fin dai primordi della vita nazionale irradiarono tanto fervore d’ideale e d’azione. Ed è interessante constatare che queste prime pioniere troppo dimenticate, iniziarono la loro campagna feminista affermando i diritti della donna lavoratrice, dell’infanzia, dell’istruzione del popolo, non trascurando le rivendicazioni giuridiche propriamente dette, invocando dapprima con vivacità di polemica singolare, il diritto di voto.

Una donna d’alto intelletto, d’eccezionale energia, di intuizione grandissima, feminista d’azione, precorsi i tempi coll’opera sua. Patriota ardente come le donne che poi si raggrupparono intorno a lei per dar vita alle sue iniziative, Laura Solera Mantegazza fu l’iniziatrice gloriosa del feminismo che si afferma con opere di attività sociale, non discutendo della nostra capacità d’azione ma provandola. Essa pensa subito a come migliorare la condizione della donna lavoratrice, che questa si doveva chiamare a raccolta, istruire dei nuovi doveri e dei nuovi diritti, unire in associazione perché conoscesse la forza della previdenza e della solidarietà. Ma prima ancora era necessario pensare ai figli suoi. Il doloroso problema dell’infanzia che cresce senza amore, mancanza di assistenza da parte della famiglia disgregata dal lavoro, preparando i minorenni traviati e delinquenti, si affacciava già allora penoso, impressionante. E sorgono i ricoveri dei bambini lattanti, germi delle future sale d’allattamento che la legge imporrà agli industriali, gli asili infantili, le scuole per gli analfabeti. E sorge fra un entusiasmo commovente la prima Società Generale di mutuo soccorso e istruzione delle Operaie, che dà vita alla prima forma d’assicurazione per la malattia, per l’invalidità, per la maternità, alle prime pensioni per la vecchiaia, per le vedove, alla prima cooperativa di lavoro e consumo, alla prima assistenza per disoccupazione. Che propugna l’allattamento materno e raccoglie le statistiche, tutti i dati necessari intorno a queste iniziative, che insegna alle operaie essere il mutuo soccorso il primo passo della previdenza e della solidarietà, che bisogna farne altri per giungere ad ottenere alla lavoratrice equa retribuzione e condizioni umane di lavoro.

E mentre Anna Maria Mozzoni,  la pionieri in Italia dei diritti giuridici della donna, svolge in altro campo la sua azione e proclama il nostro diritto al voto, ad accedere a tutti i gradi dell’istruzione, a tutti gli impieghi, Laura Mantegazza fonda la prima scuola professionale e prepara le prime telegrafiste, le prime contabili, corrispondenti, macchiniste, decoratrici, etc. Un giornale, “La Donna”, diretto da Alaide Beccari, soave figura di sacrificio, di fede e d’amore, propugna le nuove rivendicazioni, e un uomo di temepramento energico, ardente, Salvatore Morelli, persuaso della giustizia della nostra causa la sostiene in Parlamento, e la legge che ci dà diritto di testimoniare negli atti pubblici prende nome da lui. Anna Maria Mozzoni nel 1864, in occasione della revisione del Codice Civile, scrive il volume “La Donna e i suoi rapporti sociali”, del quale sarebbe interessante trascrivere, se lo spazio lo consentisse, il periodo che riassume le riforme invocate perché ci dà un concetto della finalità del movimento feminista in quei primi tempi di vita nazionale, che sono ancora quelle d’oggi.

Altro curioso documento è l’ordine del giorno proposto da Anna maria Mozzoni a nome della Lega promotrice degli interessi femminili (fondata da lei nel 1880) al Comizio dei Comizi, indetto dalla Lega democratica nazionale tenutosi a Roma l’11-12 febbraio 1881

Quell’ordine del giorno suscitò una vera tempesta, ma venne strenuamente sostenuto dalla battagliera feminista e votato. Esso concludeva così: “il Comizio dei Comizi riconosce, afferma e proclama così nell’uomo come nella donna il diritto alla integrità del voto”.

La prima petizione feminista fu presentata al Parlamento italiano dalla Lega promotrice degli interessi femminili. E’ firmata Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff, Giuseppina Pozzi, Noerina Bruzzesi, Virginia Negri, Costantino Lazzari. Essa chiede, ampliandole, le riforme legislative propugnate da Anna Maria Mozzoni fin dal 1864, più la Lega raccomandava alla Camera le proposte di legge presentate alla Camera stessa per la ricerca della paternità e il divorzio. 

Eravamo nel dicembre 1882 e oggi nell’anno di grazia 1908 (si può dire 1914!) vi è ancora una Commissione che studia il progetto di legge sulla ricerca della paternità; quanto alla riforma dell’istituto matrimoniale, sebbene promessa in un discorso reale, è ancora una chimera degna di coscienze pervertite.

E vi sono purtroppo gruppi di donne che combattono questa riforma, che non si credono competenti di formulare un’opinione intorno all’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso, che toglierebbe tanti inganni e tante sventure, che ritengono la ricerca della paternità tema grave da meditare ancora, che ammettono solo il diritto di voto amministrativo e vogliono mantenere la loro azione in un limite moderato, ragionevole, ritenendo di sottrarre così il feminismo dalle nubi e dalle fantasie della retorica, dalle lotte delle sètte dei partiti, mantenendolo in un ambiente di pace e di unione universale!

Queste feministe ragionevoli, timorose della lotta, dimenticano che tutte le conquiste della civiltà sono dovute alle aspre lotte combattute dalle minoranze per il trionfo dei principi che le maggioranze non riconoscono se non quando vi sono forzate.

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Il feminismo che si inziava così vivace, combattente e perspicace sia nel campo teorico che in quello pratico, ebbe come un periodo di sosta quando si svolse ardita e battagliera l’azione del partito socialista che otteneva la legislazione sul lavoro, proclamava i diritti della donna e sospingeva proletarieto e borghesia verso nuove forme di rapporti sociali e apriva nuovi orizzonti a tutte le rivendicazioni di diritto e di libertà.

Ma fu una lotta che preparava nuove forze e nuovi metodi di azione e preparava la costituzione organizzata di vari gruppi.

A Roma la Federazione romana delle opere di attività femminile, presieduta dalla Contessa Lavinia Taverns, diventata poi Consiglio Nazionale delle donne italiane, sotto la presidenza della contessa Gabriella Spalletti. Ebbe vita da questo gruppo la Biblioteca circolante e la Cooperativa delle industrie femminili con succursali nelle principali città d’Italia, che fa rivivere coll’opera di dame colte ed attive quelle industrie artistiche dimenticate delle varie regioni. Iniziativa preceduta dall’Aemilia Ars di Bologna, dovuta alla geniale intuizione della contessa Gavazza. Pure a Roma la Società Per la donna, della quale è anima Eva De Vincentis, che promosse studi sociali e di diritto feminista e fondò il dormitorio per minorenni di così grande utilità.

A Milano la risorta Lega per la tutela degli interessi femminili che sostiene specialmente le rivendicazioni giuridiche e studia la questione feminista in genere.

L’Unione femminile nazionale che dal 1900 svolge senza interruzione il suo largo e comprensivo programma.

Sue iniziative principali sono: l’Ufficio d’indicazioni e assistenza, la cui utilità incontestata, anche per le prove che fornisce circa la necessità di coordinamenti e riforme delle opere d’assistenza pubblica, emerge dal fatto che Roma, venezia, Firenze, Torino, Padova e altre molte città d’Italia hanno pure costituiti tali uffici; la prima società e scuola festiva di disegno professionale per le piscinine (piccole lavoratrici) con ricreatorio e bibliotca per l’infanzia; l’Ufficio di collocamento per le donne di servizio in unione alla Società Umanitaria e un dormitorio per le stesse con corsi di cucina; l’Asilo Mariuccia, casa di ricovero per le fanciulle bisognose per qualsiasi ragione d’assistenza e di redenzione per donne che vogliono ritornare alla vita onesta; Comitato Pro Infanzia, Comitato contro la Tratta delle Bianche, che hanno presentato al Parlamento una petizione copera da circa 10.000 firme, con proposte per una miglior difesa della donna e del fanciullo, proposte che saranno sostenute alla Camera da alcune fra le più note personalità parlamentari. Le scuole nell’Agro Romano, opera mirabile della sezione romana dell’U.F.N., presieduta da Anna Celli, l’opera degli Uffici indicazione e assistenza, svolta a Torino da un’altra sottosezione, presieduta da Anna Treves, dimostra come sia concorde e si estenda l’opera delle femministe che non s’arrestano alle affermazioni teoriche di diritto che è meglio conquistare coll’azione.

Esiste pure a Milano la Federazione femminile presieduta da Adele Coari, che rappresenta l’azione femminile con indirizzo cattolico e ha dato vita a parecchie iniziative: uffici di collocamento, convegni per le bambine, per le domestiche, etc..

A Torino esiste una Lega democratica nazionale femminile che vorrebbe coordinare le forze femminili operanti in tutta Italia, animata dalla fede religiosa.

Esistono poi Federazioni di opere femminili regionali, collegate a quella di Roma, e a Firenze venne recentemente fondato un gruppo di signore il Lyceum Club, che pare avrà imitatori a Roma e a Milano.

L’agitazione per il diritto di voto iniziata da questi diversi gruppi, da alcuni completa, da altri limitata al voto amministrativo, è ora diremo così, unificata dalla costituzione del Comitato nazionale per il diritto di voto, presieduto da quella donna d’acuto intelletto e di gran cuore, che è la contessa Giacinta Martini Marescotti.

Questo Comitato ha estesa ed intensificata l’azione creando Comitati regionali e presentando al Parlamento una petizione che provocò, il 24 febbraio 1907, una discussione vivacissima alla Camera e la nomina di una Commissione per studiare l’argomento.

Tutto questo movimento femminista ha ora, oltre i giornali quotidiani che ci aprono cortesemente le loro colonne, una stampa propria.

A Roma, la rivista “Vita Femminile Italiana”, diretta da Sofia Bisi Albini e “Pensiero Nuovo”, diretta da G. Serra e Anita Pagliari; a Milano “l’Unione Femminile”, diretta da Nina Rignano, e a Pavia “l’Alleanza”, diretta da Carmela Baricelli. A Bari “La voce della donna”, diretta dal Prof. Giagnano, che si sforza di risvegliare la donna del mezzogiorno, le cui energie sono atrofizzate da pregiudizi e costumi veramente medioevali.

A grandi tratti è così delineata la vita del femminismo in Italia e chiedo venia se il breve tempo e il breve spazio concesso a questo argomento non permetta di parlare dell’operosità intellettuale, scientifica e sociale di tante donne benemerite, che portano con convinzioni diverse, ma sempre umilmente, il loro contributo alla causa femminile. Virginia Nathan, Maria Pasolini, Dora Melegari, Sibilla Aleramo, Maria Montessori, G. Le Maire, Anna Celli e moltissime altre a Roma. A Firenze con Ida e Bice Cammeo, le marchese Tolomei e Alfieri, Nina Sierra, Laura Orvieto, e a Milano con Rebecca Calderini, Alessandrina Ravizza, Aurelia Zoz, Nina Rignano, Maria Camperio, Linda Malnati, Carlotta Clerici. Una schiera ormai così numerosa, che sfugge alla possibilità di una denominazione individuale, lavora per provare indiscutibilmente la maturità della donna ad esercitare i doveri inerenti ai diritti ch’essa reclama.

Quali furono le conquiste di questo tenace lavoro? L’accesso a tutti i gradi d’istruzione è libero alla donna, come pure a tutti gli impieghi e professioni. (Solo la donna avvocato attende ancora giustizia).

Quest’anno dal Politecnico di Torino usciva laureata a pieni voti la prima donna italiana ingegnere civile, la signora Emma Strada.

Una donna, una sola finora è riuscita a riprendere la gloriosa tradizione da secoli interrotta delle donne insegnanti nelle cattedre universitarie. Rina Monti, alto intelletto, temperamento energetico, venne chiamata questo anno a coprire la cattedra di zoologia e anatomia comparata alla Università di Sassari. Maria Montessori insegna antropologia alla Scuola di Magistero annessa all’Università di Roma, e la dottoressa Emma Driussi venne per la prima volta in Italia chiamata a far parte dei Regi ispettorati per gli scavi e monumenti. Una conquista importantissima fu la donna ispettrice di fabbrica aggiunta questo anno colla nomina di Santa Volonteri, una ardita e colta lavoratrice.

Nel campo giuridico le conquiste del femminismo italiano sono:

La legge così detta Morelli (anno 1977) che dà alla donna il diritto di testimoniare negli atti pubblici; la legge del 1890 che ammette le donne a far parte dei Consigli delle Congregazioni di Carità e di qualsiasi altro Istituto di beneficenza, salvo per la donna maritata l’autorizzazione del marito, la legge del 1895 che riconosce la donna elettrice ed eleggibile nei collegi dei probiviri; la legge del 1895 sull’istruzione che chiama a far parte delle Commissioni municipali di vigilanza, nelle scuole elementari una o più donne scelte dai Consigli comunali preferibilmente fra le madri di famiglia.

Le donne possono pure essere nominate nelle Commissioni governative delle carceri, e a Milano, questo anno, Carlotta Negri e Ersilia Majno ebbero tale mandato.

Il Comune di Milano, fondando gli Uffici mandamentali di indicazioni, chiamava pure parecchie donne a far parte delle diverse Commissioni.

Alla nomina di Commissioni incaricate di studiare i problemi della ricerca della paternità e del diritto di voto ha pure certamente contribuito la perserverante campagna femminista, che quest’anno si è solennemente affermata nei Congressi femminili di Roma e di Milano. Il Congresso di Roma, che si inaugurava con intervento regale nella maestosa cornice del Palazzo di Giustizia l’aprile del 1908, ebbe l’appunto di aver voluto trattare troppa materia. La vastità e l’importanza degli argomenti portati in discussione se furono una conferma delle innate capacità oratoria e polemica della donna, furono anche una rivelazione del suo spirito d’osservazione, del suo ardente desiderio di rendersi ragione dei complessi problemi che agitano l’epoca nostra. Se questo Congresso rilevò un numero imponente di donne colte e studiose dei vari fenomeni sociali e portò all’opera di rivendicazione femminile un serio contributo di studi e osservazioni, il Congresso di Milano precedentemente indetto nel 1906 e rimandato per ragioni di opportunità al maggio 1908 portò nella trattazione dei vari temi un contributo prezioso d’esperienza acquistato nel quotidiano lavoro, nel contatto costante colle difficoltà, le miserie e le ingiustizie che colpiscono e rendono difficile la vita alla classe sociale più numerosa e laboriosa.

Il Congresso di Roma non entrò nel cuore della questione più scottante, non in quella dei diritti del lavoro e della dissolubilità del vincolo matrimoniale, della precedenza del lavoro civile al religioso, disposizione che ovvierebbe a tanti inganni e seventure, nemmeno la questione così grave del diritto del fanciullo fu particolarmente e ampiamente trattata e la questione del diritto di voto fu lasciata fuori confesso e discussa in una giornata emozionante per iniziativa del Comitato nazionale per il suffragio femminile.

La questione della aconfessionalità della scuola, così ardente ora in Italia, venne agitata poderosamente da Linda Malnati della quale, per sorpresa, si disse poi, venne votato l’ordine del giorno che la reclamava. Gemma Muggiani nella chiusura del Congresso leggeva una commiato che coraggiosamente, malgrado le proteste, ribadiva il significato della votazione. Il Congresso di Milano confermando durante la trattazione dei vari temi le proposte formulate dall’U.F.N. nella petizione al Parlamento, lumeggia arditamente il problema della donna operaia, delle lavoratrici della casa. Argentina Altobelli concentra in un bell’ordine del giorno, votato dal Congresso, entusiasticamente, le aspirazioni di queste falangi di donne che potentemente contribuiscono al benessere e alla ricchezza nazionale, si confermò il loro diritto di avere una rappresentanza nell’Ufficio del lavoro, come pure quello della donna in genere di partecipare ai lavoro di tutte le Commissioni governative o comunali chiamate a studiare le questioni d’istruzione, d’assistenza, di diritto, etc., oggi ancora solo composte di uomini; si chiede il riconoscimento legislativo del divorzio e l’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso. Ma sempre soprattutto, come ebbe a dire Teresita Friedman. in un suo profondo e magistrale articolo sul Congresso, ciò ci cui il Congresso si occupò quasi ad esuberanza fu la protezione dell’infanzia e della maternità…

Si capiva di essere fra gente che come suo primo ufficio sentiva la cura delle nuove generazioni sieno esse di figli propri o altrui.

Ai due Congressi fu una ressa di donne d’ogni ceto, età e convinzione che portavano sincere, audaci, convinte il frutto dei loro studi, della loro esperienza di lavoro, di lotta o di dolore.

E vi fu stupore, consenso, entusiasmo, vi fu derisione, denigrazione, oltraggio. Uomini che certo non avevano mai arrossito, frequentando gli ambienti dove “jeunesse se passe”, scrissero di avere arrossito sentendo trattare in modo troppo libero, da donne, argomenti che certo essi conoscono a fondo. Che la donna pura, onesta abbia cessato di ignorare il vizio che travolge tante creature umane, che abbia affrontato coraggiosamente il problema della vita sessuale, della prostituzione, della degenerazione della [propria] specie, perché sentì che finalmente essa, chiamata a perpetuarla, deve sapere, per impedire ch’essa si degradi invece di elevarsi, questo è sintomo della corrotta anima delle donne femministe, che osano colle loro mani toccare le piaghe e scoprire il putridume che la società nostra nasconde così bene e così bene diffonde colla sua doppia morale.

Nessun aggettivo ci fu risparmiato, si scrisse quello che non era vero, si parò di malafede e di disonestà e peggio, producendo una preziosa raccolta di sfoghi maschili dettati dal dispetto e dal timore del progresso imponente della causa femminile.

Ma come scrisse un uomo di buon senso, il femminismo non è il prodotto di menti esaltate, di gente isterica, esso è voluto da una inesorabile necessità storica ed esso viene a suo tempo come ognuna delle grandi rivoluzioni etico-sociali.

Ed è veramente così. Tutto il pensiero, le aspirazioni, le ricerche, le lotte dei secoli passati si sono ripercossi e vivono in questo nostro meraviglioso secolo; divennero le scoperta che ravvicinano i popoli, centuplicano la produzione industriale, risparmiano all’uomo brutali fatiche, portano benessere e gioia al focolare domestico. Gli eroi oscuri e dolorosi hanno preparato questo risveglio, questa luce che penetra ovunque ardente e purificante, fuga le tenebre del periodo preumano e rischiara la via all’uomo nuovo, che libero di superstizioni, di coercizioni, di dogmi, di oppressioni, di classi, di disuguaglianze inizia il secolo della umanità vera.

“E la capacità di questo sogno”, disse Ellen Key chiudendo il Congresso di Milano, con ispirate parole che resteranno sempre nel cuore di quanti ebbero la ventura di udirle, “è la capacità di questo sogno che ci dà la nobiltà umana, la ragione più profonda perché occorre dare alla donna tutti i suoi diritti legali e sociali. Questa ragione umana è che la madre, colla creatura nuova che dà alla umanità, è il vero pontifex maximus, la prima costruttrice di questa via che ci condurrà dalla vita presente a questo nostro avvenire sognato”.

Ersilia Majno Bronzini (s. d., ma [1908?])