Breve storia della biblioteca dell’Unione femminile nazionale

Disporre di una «biblioteca in comune» e di una «sala di lettura con giornali e riviste» rientra nel programma con cui l’Unione femminile annuncia la propria nascita, nel 1899. Fin dall’apertura, infatti, l’Unione offre alle socie una biblioteca specializzata sulle proprie aree d’azione ed interesse (femminismo, assistenza, pedagogia). Una commissione specifica si occupa del suo funzionamento, degli acquisti e degli abbonamenti. Il periodico «Unione Femminile» dà notizia a nuovi acquisti e a recensioni. Molta attenzione è riservata alle riviste estere.

Con l’avvento del regime fascista le organizzazioni femminili e femministe sono via via ridotte al silenzio o chiuse. Fino al 1939, anno in cui viene sciolta per decreto, l’Unione si mantiene operativa nella parte che riguarda i servizi di assistenza sociale, di cui è promotrice e pioniera fin dalle origini. Il fatto che nel 1926 la biblioteca sia curata da Bianca Ceva, insegnante e antifascista, è significativo di come l’Unione tentasse di mantenere spazi di autonomia in un contesto di regime di progressiva fascistizzazione della società e dello Stato.

Nel secondo dopoguerra, le borse di studio per studenti di scuola medie superiore ed università, la sala di lettura e la biblioteca aggiornata sono parte di un ampio progetto volto a formare cittadine abili ad inserirsi nelle professioni e nella nuova classe dirigente. Ad incrementare le nuove acquisizioni sono anche la Scuola dei genitori, dal 1953, e nel decennio successivo il Centro per la riforma del diritto di famiglia.

L’ondata femminista degli anni Settanta apre nuovi orizzonti rivolti sia al passato, nella costruzione di genealogie femminili e di ipotesi storiografiche in Occidente, sia al futuro, con azioni volte a lasciare traccia documentale per le generazioni a venire. Negli anni Ottanta si diffondono in tutta Italia di centri di documentazione delle donne. Negli anni Novanta, a partire dalle esperienze pionieristiche dei corsi universitari di storia delle donne e di genere, si diffondono i gender studies. A Luisa Mattioli, presidente dell’Unione femminile dal 1988 al 1993, e ad Annarita Buttafuoco, presidente dal 1993 al 1999, si deve l’avvio del processo di valorizzazione e accrescimento del patrimonio archivistico e bibliotecario dell’Unione. Sia l’archivio storico che quello di Ersilia Bronzini Majno sono stati riordinati e messi in consultazione, mentre sono stati acquisiti fondi di personalità e di organizzazioni.

Dalla seconda metà degli anni Novanta gli studi di genere conquistano spazio nei corsi universitari, nell’editoria e nelle librerie, catturando l’attenzione di nuove generazioni di studenti, ricercatori e ricercatrici. Pur nella rigidità del sistema universitario, la categoria di ‘genere’ esce dall’ambito storiografico, dove per la prima volta era stato utilizzato in funzione ermeneutica, per attraversare tutte le discipline.

In questo contesto la biblioteca e gli archivi dell’Unione femminile diventano un punto di riferimento per un pubblico variegato: studenti dell’università (perlopiù donne, ma non solo), ricercatrici e ricercatori, docenti di università e di scuola superiore, ma anche chi è in cerca materiale – per un articolo, una mostra, uno spettacolo, per un percorso di ricerca personale – su argomenti che vanno dal femminismo alla letteratura, dalla storia alla psicologia, dall’espressione artistica ai diritti. 

Dai primi anni Duemila Susanna Giaccai, bibliotecaria e fondatrice dell primo spazio dedicato agli studi di genere nel world wide web, il Gopherdonna, dà nuovo impulso alla biblioteca, mettendola in rete con una molteplicità di canali. Dal 2004 è avviata la catalogazione dei titoli nel Sistema bibliotecario nazionale con l’adesione al suo polo lombardo.

Una serie di donazioni, sia da persone che da organizzazioni, è venuta nel tempo ad incrementare il patrimonio della biblioteca. Si tratta di fondi bibliografici oppure di fondi misti, archivistici e bibliografici.

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