Il giudice delle donne

21/03/2016

Maria Rosa Cutrufelli racconta con leggerezza, intrecciando privato e pubblico, la stagione di lotte per il suffragio iniziata nel 1905.

Il giudice delle donne ovvero come attraversare l’arcobaleno

La creatura, qualsiasi gli occhi suoi, vede/ l’aperto. […] (R.M. Rilke, Elegie duinesi, Ottava Elegia)

Leggere il romanzo di Mariarosa Cutrufelli (Frassinelli, 2016) è come entrare in uno spazio aperto dove si respira aria pura e ventilata. Una freschezza e un nitore di lingua, di parole e sintassi che sembrano avere “il vento”, e che, piano piano, conducono chi legge nel mondo dei suoi personaggi. E’ un mondo circostanziato, metonimico, fatto rivivere con la precisione dettagliata di un incisore attraverso indizi e segnali che danno il sapore di un’epoca, di un anno, di un luogo: Montemarciano, marzo 1906. Si entra come in una radura dove i personaggi si accampano “[…] di rimpetto, / e null’altro, e sempre di rimpetto” e prendono parola e forma, e il lettore li vede a poco a poco ergersi come su un palcoscenico e raccontare la loro storia minore e quella più grande che farà storia. E tutto sembra autentico non artificiale. “Gli amanti, se non ci fosse l’altro, che /preclude la vista, a quello spazio puro sono vicini e/ e stupiscono…”

Come nelle fiabe più nere, in una notte “troppo ferma” e “troppo vuota”, “la bambina si svegliò di soprassalto”, le “mancava qualcosa”, allora “andò a cercare sua madre” e giù nella cucina “scorse una figura, un corpo che giaceva a terra in una posa scomposta, dentro un groviglio di cenci e pezzuole”, allora tornò a letto, “sprofondando all’istante in un sonno cieco. Così inizia il romanzo, in un tempo senza tempo. Il giorno del marzo 1906 vede Teresa, la bimba ormai orfana della madre, ammutolita per sempre”, una mezza creatura” la definisce il nonno, e una maestra di città, Alessandra, inizierà con lei una relazione che, pur asimmetrica, darà dignità alla sua persona, non scema, non sorda ma capace di scrivere e leggere, capire e volere, anche se muta.

E saranno questi due personaggi minori a raccontarci, dal basso, da spettatori, la loro storia piccola e impolitica e quella più grande, quella veramente accaduta del giudice delle donne, che farà scalpore e discutere in tutta Italia.

Una vicenda che farà crescere di consapevolezza sia la bimba sia la giovane maestra Alessandra, ancora minorenne, a cui “è venuta voglia di chiedere, di sapere”, tanto da avvertire “una trafittura, qualcosa come un morso di fame in fondo allo stomaco”. Ambedue assistono all’inaudito fino ad allora: una donna, la maestra Luigia, che prende la parola in pubblico e ottiene anche per le altre l’iscrizione alle liste elettorali e il diritto di voto. E questo nonostante le donne non abbiano ancora capacità giuridica e abbiano bisogno dell’autorizzazione maritale per comparire in tribunale, come ricorda l’avvocato a Luigia; e questo nonostante le donne avvocato ancora non possano esercitare perché è loro vietata l’iscrizione all’albo professionale, come accade ad Olga, attivista del Comitato per il suffragio permanente a Roma. E questo, nonostante le maestre nell’Italia del Novecento, si suicidino per la vergogna in quanto oggetto di seduzione, si ammalino perché non riescono a sopravvivere a classi numerose (sono 40 gli allievi di Alessandra, ma Ada Negri nei suoi Ricordi di maestra a Motta Visconti ci parla di 100 studenti in una classe); nonostante siano ricattabili e punibili con la mobilità o siano ausiliarie/supplenti e insegnino in scuole fatiscenti dove le tubature si rompono o addirittura crollano, come accade alla scuola rurale di Alessandra; e questo, nonostante le donne muoiano per procurato aborto o siano vedove bianche perché i mariti sono partiti con la “nave di Lazzaro”, una nave che li ha portati oltre oceano. Intorno e accanto a questi personaggi, dunque, si riconosce il mondo reale di quegli anni, i suoi problemi e i fatti storicamente verificabili.

«Dio, mio!» […] «Hai attraversato l’arcobaleno». Così dice Alessandra a Luigia, maestra elementare che insieme ad altre 10 maestre di Montemarciano e dintorni, nella provincia di Ancona, ha ottenuto dal giudice della corte d’Appello l’autorizzazione a iscriversi alle liste elettorali comunali. Una vittoria insperata visto il clima di disprezzo e denigrazione che circondano le maestre ribelli. Ma è Luigia la più agguerrita, moglie del sindaco socialista, non vuole compromissioni con il marito e a testa alta si presenta al municipio per ottenere la modifica della tessera anagrafica. L’idea di chiedere l’iscrizione alle liste elettorali era stata sua e aveva coinvolto altre 9 maestre di Senigallia. Aveva saputo che Maria Montessori, la prima donna laureata in medicina e pedagogista, aveva pubblicato a febbraio “Un appello rivolto alle donne perché si iscrivano alle liste elettorali: nessuna legge […] lo vieta in maniera esplicita”: “Donne tutte sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento sociale è di chiedere il voto politico”.

Il romanzo, come scrive la scrittrice nella postfazione, si muove tra invenzione storia. L’arte di Maria Rosa è di avere raccontato con leggerezza, intrecciando privato e pubblico, una stagione di lotte per il suffragio iniziata nel 1905, in occasione della proposta di legge sul suffragio maschile e femminile avanzata dal deputato Roberto Mirabelli e che ha dato vita ai numerosi comitati pro suffragio, nati in tutta Italia, tra cui a Roma. Come dei comitati è l’invito alle donne con un certo censo e istruzione a chiedere l’iscrizione alle liste elettorali per elezioni politiche. E sono state le maestre, le impiegate, le professioniste a chiedere l’iscrizione e a firmare la Petizione (la terza) di Anna Maria Mozzoni, presentata in parlamento proprio nel 1906. Un anno cruciale per il movimento politico delle donne e di grande mobilitazione se, dopo il proclama pubblicato da Maria Montessori sul quotidiano romano «La Vita» il 26 febbraio 1906, nella notte del 3 marzo in tutta Roma lo si poteva leggere affisso clandestinamente da un gruppo di studentesse, e se nel 1906 solo a Napoli si erano iscritte alle liste elettorali ben 350 donne.

Le corti d’appello di Mantova, Cagliari, Firenze, Brescia, Napoli, Torino, Venezia, Palermo, tuttavia, avevano espresso parere negativo, accogliendo il ricorso dei vari procuratori del Re contro la decisione delle Commissioni elettorali.

Solo ad Ancona il presidente della Corte d’Appello, Ludovico Mortara, respinge il ricorso della procura e accoglie la richiesta delle commissioni elettorali di Montemarciano e di Senigallia, e cioè delle nostre 10 maestre. E Ludovico Mortara è il nostro giudice delle donne.

«ll presidente, quel forestiero», ha borbottato il direttore, [–]«pare che sia un grande studioso.» “[…] gli ho detto di essermi procurato l’intervista rilasciata da Mortara all’Unione femminile di Milano qualche tempo fa, prima che fosse coinvolto in questa vicenda come presidente della corte. Un’intervista dove dice la sua sul voto alle donne. «E…?» «Non è favorevole: le donne non gli sembrano mature».

Nel 1903, infatti, Lodovico Mortara, allora consigliere di Cassazione, aveva risposto a una “pubblica inchiesta” sul voto alle donne lanciata dal periodico milanese «Unione femminile»; in linea di massima il giudizio è relativo e non può essere assoluto e, nel caso contingente dell’Italia, soprattutto centro-meridionale, sottolineava:“ Non lo credo utile, ma pericoloso; perché, secondo a me pare, la schiavitù intellettuale delle donne alla superstizione religiosa e ai pregiudizi reazionari è attualmente in Italia assai più estesa e saldamente stabilita che non quella degli uomini. («Unione femminile», 1903, n.11)

E allora come si spiega la sua sentenza a favore del voto?

Nel romanzo il giudice risponde al giovane giornalista Adelmo che, come Alessandra, vuole capire, facendo appello alle libertà soggettive garantite dallo Statuto a uomini e a donne, salvo le eccezioni previste dalla legge. Ad Adelmo, però, viene in mente che Ludovico Mortara è ebreo e solo grazie allo Statuto è diventato, di fronte alla legge, un cittadino uguale agli altri e pensa: “forse è questa verità che ora si rispecchia nella sua sentenza.”

Ludovico Mortara, dunque, realmente esistito, si punta di spiegare la sua personale posizione a Ersilia Majno, presidente dell’Unione femminile nazionale e il 6 agosto del 1906, le invia una cartolina postale a cui allega la sua sentenza, con queste parole: “Quella è la tesi giuridica vera. Quanto alla opportunità pratica credo che avremo Lei ed io argomento di una lunga conversazione […].” E la invita a una chiacchierata quando arriverà a Milano (Archivio Famiglia Majno, presso gli Archivi dell’Unione femminile nazionale).

Un personaggio, dunque, complesso, che nel 1919 sarà tra i deputati che approveranno la legge sulla capacità giuridica delle donne, come scrive Maria Rosa Cutrufelli.

Tuttavia, come tutti immaginiamo, la Cassazione ripudia la sentenza della Corte d’Appello con queste motivazioni, riferite dalla maestra Alessandra: “Se la legge tace sui diritti politici delle donne, […] è perché non c’è alcun bisogno di un apposito divieto: l’esclusione è ovvia e implicita […].”

Al di là degli esiti, questa battaglia per il voto ha aperto un varco, una possibilità di libertà, di scelta, di sognare un futuro migliore.

Alessandra, riferendosi a Luigia la maestra che ha dato il via alla presa di coscienza delle maestre di Montemarciano e Senigallia, così racconta: “Mah. A volte penso che Luigia sia un po’ come quei pesci che mettono nei pozzi o nelle vasche per spurgare l’acqua. Ecco: lei ripulisce l’acqua perché tutte, in futuro, possano nuotarci dentro.”

E questo romanzo consente di non dimenticare e ringraziare tutte quelle donne che hanno garantito a noi, oggi, di nuotare in acque più chiare, e ci ricorda di stare in guardia, per evitare le paludi in agguato.

 

Concetta Brigadeci

Il giudice delle donne

di Maria Rosa Cutrufelli, Frassinelli, 2016
264 p., 18 €

Leggi la recensione di Barbara Bonomi Romagnoli su Il Manifesto

Leggi la recensione di Barbara Mapelli sul sito della Libera università delle donne

Ascolta l’intervista a Maria Rosa Cutrufelli su “Cult”, trasmissione di Radio Popolare