Donne nella penna di Giuseppe Scalarini è una delle tre sezioni della mostra che si svolge a Milano dal 5 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, dislocata nelle sedi di Palazzo Moriggia, Palazzo Morando e Unione femminile nazionale.

Donne nella penna di Giuseppe Scalarini. Commento di Concetta Brigadeci

Al primo sguardo le vignette di Scalarini sulle donne sembrano confermare un’immagine stereotipata delle donne viste solo come mogli e madri. Trattate come fonti storiche, richiedono un doppio o triplo sguardo: la contestualizzazione, le intenzionalità dell’autore, il punto di vista situato di chi oggi legge le sue vignette satiriche. Infatti, per capire la satira di Scalarini bisogna conoscere quello che vi sta alle spalle. Scalarini, usando la figura dell’antitesi, ci invita a ragionare su aspetti molto diffusi della propaganda nazionalista durante la guerra: la rappresentazione del soldato virile, eroico e sereno che combatte; la madre con le braccia alzate che offre i figli alla patria. Scalarini, al contrario, espone il rimosso della guerra: i morti, i corpi mutilati (il figlio che torna senza gambe), e la madre con le braccia alzate che ripudia la guerra e domanda al Governo, allo Stato i suoi figli. La propaganda nazionalista che esaltava la guerra vittoriosa, rappresenta le madri che offrono i figli alla patria per la sua rigenerazione e, soprattutto dopo la sconfitta di Caporetto nel 17, per la difesa del suolo violato, rappresentato come un corpo di donna. Le figure femminili hanno una valenza allegorica: la patria, la nazione, la vittoria; sono allegorie di un lutto non individuale ma collettivo in nome della nazione. E’ escluso il lutto privato, la morte e la mutilazione del singolo. L’esaltazione della vittoria non ammette il dolore individuale che è sublimato, trasceso in una narrazione comune che risarcisce e giustifica le ferite subite per la salvezza necessaria della nazione. Gli stessi cimiteri di guerra sono cimiteri comuni in cui il singolo soldato scompare in nome di una massa che si sacrifica per la patria. Nei bassorilievi dei monumenti venivano riprese immagini classiche soprattutto per riprendere ideali di virilità, tranquillità e forza. Era questa uno delle tante modalità per rasserenare chi era stato colpito dal lutto e allo stesso tempo creare l’ideale di un cittadino valoroso. Questo richiamo alla virilità è presente in tutta la commemorazione di guerra e spesso avviene anche solamente attraverso alcuni simboli: ad esempio quello della spada. Ovunque, non solo in Italia, il culto dei morti in guerra si collegò all’auto rappresentazione della nazione . Scalarini, invece, usando la figura dell’antitesi e della ripetizione dello stesso soggetto, ribalta questa simbologia guerrafondaia, mette in scena un lutto privato, quello di una madre in lutto che non offre i figli alla patria ma con le mani protese rivolte a degli scanni vuoti e sordi invoca: “Domando i miei figli”. Un dolore, il suo, che si ribella alla corruzione dei pescecani che con la guerra hanno fatto affari e si sono arricchiti. Qui l’antitesi riguarda i corpi: obesi e appesantiti dai soldi come quello della ricca signora al trotto con i soldi appesi che rappresenta la vittoria, contro la donna magra in nero che piange davanti a una croce e chiede giustizia. La vittoria nella propaganda governativa è una donna alzata quasi in volo piena di luce, in un’altra vignetta è una donna magra in nero distesa a terra. Il corpo del soldato che torna in guerra non è forte e sano è il corpo mutilato del figlio che torna a casa, lo scheletro che la madre abbraccia. Ma la madre non si rassegna, non è disposta a cedere i suoi figli per Fiume e la Dalmazia, per l’Albania e tutte le guerre future che il nazionalismo e il fascismo alle porte intraprenderanno. Il lutto privato è rappresentato ma diventa poi ribellione collettiva si fa politico nella lotta contro il Fascio, le nuove guerre, la disoccupazione e la fame del I Dopoguerra. La sorellanza socialista è ben rappresentata dalle parole della compagna socialista, con in mano «La difesa delle lavoratrici» che invita la compagna china sul tavolo a sollevarsi e a lottare. Un invito a non rassegnarsi che Scalarini pagherà durante il fascismo con la prigione e il confino a Ustica. Non gli si permetterà di lavorare con il suo nome ma il nostro continuerà a disegnare e a raccontare storie sotto falso nome.