Una bambina senza stella

29/04/2016

Recensione di Concetta Brigadeci al libro di Silvia Vegetti Finzi “Una bambina senza stella”

“Tutto ciò che siamo, persino le occasioni perdute, si trova là, nei sedimenti della memoria che, del fluire del tempo, trattiene l’essenziale” (Silvia Vegetti Finzi, in ivi)

“Non è tanto importante la vita che viviamo quanto quella che ci raccontiamo” (in Intervista di Marzia Nicolini «Io donna», 26/8/2015)

E in molti desiderano scrivere la propria autobiografia, ma è la cosa più difficile da fare. Io, tu, lei, quale pronome personale usare? Questo è il dilemma che dà inizio al romanzo di Christa Wolf Trama d’infanzia: “restare senza parola o vivere in terza persona, pare che questa sia la scelta”. E Silvia Vegetti Finzi sceglie la terza persona, la bambina, così intimamente congiunta alla sua persona, e per raccontarla ha bisogno di renderla estranea, allontanarla da sé. Perché il passato non è morto, anche se si agisce come se non ci appartenesse. Ma è la scrittura, la narrazione della propria storia, che ridà vita a ciò che sembra morto e giace sedimentato in stratificazioni carsiche. Anche Cordelia Edvardson in La principessa delle ombre, affida ad un terzo, la bambina, l’esperienza indicibile della deportazione, perché il dolore del ricordo è troppo intenso per dire “io”. La pena è l’afasia. La terza persona ripara, protegge.

Ma la vita vissuta è quella narrata, scrive Vegetti Finzi. Così la sua narrazione restituisce lampi di ricordi, frammenti di vita che affiorano come tante fotografie d’epoca “che nessuno ha raccolto in un album di famiglia”, che hanno, però, la consistenza e la luce del qui e ora. Una scrittura proustiana l’ha definita Remo Bodei (“Il Sole 24ore”, 23/8/2015), se non fosse accompagnata dalla riflessione dell’adulta psicoanalista, inscritta nella pagina dalla differenza del significante grafico: in corsivo i ricordi della bambina, come se citasse il testo di un’altra, in tondo il discorso analitico. Si realizza così lo scarto temporale e la distanza rassicurante perché l’altra, la bambina, possa ricordare e perché la vita vissuta acquisti il suo senso.

E’ una lettura che emoziona e sorprende.

Emoziona la singolarità e la drammaticità della nascita della bambina nell’anno della promulgazione delle leggi razziali, il 1938, il suo abbandono, subito appena nata, ad una balia e poi agli zii nel mantovano a Villimpenta, per salvarla da un destino di bambina con la stella. Il padre, infatti, è ebreo e vive in Abissinia, la madre è cattolica e raggiungerà il marito con il figlio più grande.

Sorprende, perché in quella bambina e in quell’infanzia, prima raccontata e poi restituita piena di significato, ognuno ritrova la propria infanzia, anche se collocata in un altro tempo, perché nella nostra parte bambina dimenticata sta “il nocciolo della nostra identità” e perché “i pensieri e i sentimenti della protagonista si ritrovano nel’esistenza di tutti”.

Sorprende come il pensiero narrativo di Silvia Vegetti Finzi, possa far affiorare a noi lettori sentimenti rimossi: il senso di abbandono, il sentirsi non amati dalla madre vissuta come estranea, altra rispetto alla norma, il sentirsi invisibile, il rifugio nella fantasia, con il rischio di perdere i contatti con il mondo reale, la nostalgia di un mondo perduto da cui si è esiliati per sempre, l’incertezza sulla propria identità sul “chi sono io”, ancora più drammatica per la necessità della protagonista di nascondere il proprio vero nome ebraico. L’autrice ci ricorda come se ne esce, e come si cresce autonomamente, con quali strumenti inventati e risorse inaspettate, garantiti proprio dall’indifferenza degli adulti, perché l’iperprotezione dei genitori tarpa le ali alla farfalla che è in noi.

Soprattutto nei commenti, alternati alla narrazione, il pensiero sull’esperienza ricordata coinvolge il lettore in prima persona, con l’effetto di dare potenza e risonanza interiore a concetti già oggetto degli studi dell’autrice (il bambino della notte che alberga nell’immaginario delle bambine e delle future mamme; la psicologia dei bambini e degli adolescenti ecc.).

Lettura, dunque, non solo gradevole ma anche, e soprattutto, terapeutica.

 

Concetta Brigadeci

 

Una bambina senza stella

di Silvia Vegetti Finzi

Rizzoli, 2015

229 p., 15 €

Audio della presentazione del libro presso l’Unione femminile