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Tivvù passione mia. Recensione di Anita Sonego

14/03/2017

Recensione di Anita Sonego

Chiudendo il libro Tivvù passione mia di Tilde Capomazza (Harpo, 2016) ho pensato che dovrebbe diventare un testo obbligatorio non solo nei corsi universitari di comunicazione audiovisiva ma anche per quei pochi che, in Italia, sviluppano i così detti Gender studies.

La ricchezza di queste memorie sta tutta, infatti, nel percorso attraverso la progressiva consapevolezza di sé che una donna, che cresce negli anni dell’immediato dopoguerra, intreccia ad una parallela passione per la comunicazione: dal teatro parrocchiale, alla stampa femminile del cattolicesimo postconciliare, fino al nuovo e formidabile mezzo di vera e propria comunicazione di massa rappresentato dalla televisione.

Più giovane di lei di un decennio circa, mi sono rispecchiata nella storia di Tilde.

Pur senza aver avuto responsabilità tanto rilevanti nella Fuci, anch’io, partita da una formazione cattolica ed approdata all’Università Cattolica di Milano (ed esattamente al Collegio Marianum) dal 64 al 68, ho vissuto in quell’ambiente i fermenti intellettuali che hanno preparato i grandi movimenti giovanili e sociali degli anni ‘70.

Pochi anni prima, Tilde frequentava, a Bergamo, l’Istituto Toniolo con gli stessi amatissimi professori con cui anch’io avrei studiato, dopo la laurea, alla Scuola Superiore di Comunicazioni Sociali: Gianfranco Bettettini e Virginio Melchiorre.

Il mio sogno, allora, era fare cinema ma la passione “politica” ha avuto il sopravvento.

Tilde fece politica in un altro modo: più moderno, più di massa.

Anch’io, come Loredana Cornero, non seguivo la sua famosissima trasmissione “Si dice donna” perché non avevo tempo di guardare la TV, presa, com’ero, dal lavoro nella scuola, nel Consiglio di Zona dove c’era l’Alfa Romeo, nelle 150 ore e soprattutto con le donne assieme alle quali ho fondato a Milano la Libera Università delle Donne e, successivamente, il gruppo Soggettività Lesbica. Fino ad approdare in Consiglio Comunale.

Sono convinta che l’innovazione creata da Tilde Capomazza (con tutto il suo staff di femministe che ho incontrato attraverso il Manifesto: Silvia Neonato e Alessandra Bocchetti o nelle sedi storiche del femminismo: Annarita Buttafuoco, qui, all’Unione Femminile Nazionale che, nel frattempo ci aveva concesso di avere la sede dell’Università in questa sua casa di Corso di Porta Nuova e dove esiste tuttora.) Penso, dicevo, che l’innovazione rappresentata da Si dice Donna si possa definire una forma di “divulgazione scientifica”: divulgazione alta del pensiero e dello sguardo femminista in relazione a tutti gli aspetti della società.

Non a caso, con l’annuncio dell’ondata neoliberista rappresentata dall’ascesa del craxismo, quella trasmissione di successo fu fatta morire.

Il nuovo corso, che si presentava come innovativo e ‘moderno’, aveva antenne intelligenti e capì che donne ‘consapevoli di se stesse’ che non parlavano di ideologie ma di sé e delle proprie esperienze, rappresentavano, per il solo fatto di parlare, un pericolo per il sistema patriarcale, anche quello aggiornato e à la page.

Meglio promuovere l’esibizione del corpo femminile ammantandolo per emancipazione, meglio creare trasmissioni (magari condotte da donne) in cui, interpretando e stravolgendo il famoso “il personale è politico” si esibiva, si metteva in piazza, attraverso lo schermo televisivo, la vita privata con i suoi dolori, sogni e miserie senza alcun riserbo, cura di sé e del proprio vissuto. Portando così, al pubblico mercato, l’indistinta visceralità come materia da audience. Sono stati decenni disperanti… (immagino soprattutto per chi la Televisione l’ha tanto amata).

Ma la storia lavora in profondità e, molto probabilmente, è anche grazie al magnifico lavoro inventato e costruito da Tilde Capomazza, che sta riemergendo un nuovo movimento di donne consapevoli di sé, rispettose delle reciproche differenze e capaci di esercitare quell’egemonia che un sistema patriarcale feroce, perché esangue, non riesce più a gestire.

Per tutto questo sono grata a Tilde, alla sua lungimiranza nel comprendere la “mission” di un mezzo di comunicazione straordinario come la televisione. Ma anche per aver saputo raccogliere attorno a sé la ‘migliore gioventù’ delle femministe di quegli anni.

Cosa sapranno inventare le giovani donne, oggi, per individuare una maniera altrettanto “di massa” ma anche di alto livello di quanto seppe fare Tilde con la televisione?

Anita Sonego