MONTESSORI-1870-1952-

Maria Montessori: tra scienza e impegno sociale

10/06/2016

I rapporti di Maria Montessori con l’Unione femminile nazionale

Maria Montessori nacque a Chiaravalle, in provincia di Ancona, il 31 agosto 1870, da una famiglia di ceto medio, che si trasferì a Roma nel 1875, poiché il padre era stato assunto come funzionario, presso il Ministero delle Finanze. Nella capitale, la futura studiosa si distinse per la scelta di un percorso di studi secondari decisamente atipico, rispetto a quello a cui si indirizzavano le figlie della media e piccola borghesia, per lo più orientate a percorrere la strada dell’insegnamento[1].

Nonostante la contrarietà del padre, dopo le elementari, ella decise di iscriversi alla Scuola Tecnica “Michelangelo Buonarroti”, coltivando inizialmente l’aspirazione di diventare ingegnere. In quella scuola si ritrovò a frequentare le lezioni, solo con un’altra compagna, in una classe completamente maschile. Sulla base dei regolamenti vigenti che escludevano la coeducazione dei sessi, le due ragazze non potevano avere contatti con i loro compagni, e dovevano entrare in classe quando tutti gli allievi erano seduti, trascorrendo nell’aula tutto il tempo della ricreazione. Era una situazione di relativo isolamento che, insieme alla difficile accettazione da parte dei compagni maschi, contrassegnerà il percorso formativo della futura studiosa, senza però mai scalfire la sua forte determinazione, potendo anche contare sui costanti incoraggiamenti della madre.

Conseguito il diploma della Scuola Tecnica, Maria Montessori proseguì gli studi tecnici nell’indirizzo fisico-matematico, una scelta che le consentirà di iscriversi, nel 1890, alla Facoltà di Fisica, Matematica e Scienze Naturali, per poi approdare, dopo il superamento del biennio, alla Facoltà di Medicina. Qui frequentò i corsi dei maggiori esponenti del positivismo medico (Jacob Moleschott, Angelo Celli, Clodomiro Bonfigli, Guido Baccelli), acquisendo i principi della metodologia scientifica, tramite la pratica costante dell’osservazione e della sperimentazione. Un impatto che inizialmente le creò non poche ansie e inquietudini, come quando si ritrovò da sola, la prima volta, a dissezionare cadaveri: il contatto brutale e impressionante con la morte sembrò per un momento farla desistere dalle sue aspirazioni – come confesserà in una lettera all’amica Clara – ma alla fine prevarrà la forte aspirazione a raggiungere la tanto agognata meta[2].

Quando si laureò il 10 luglio del 1896, con una tesi sul Contributo clinico allo studio delle allucinazioni, discussa con Ezio Sciamanna, solamente cinque donne avevano ottenuto in Italia la laurea in Medicina. Altrettanto “controcorrente” fu pure la sua decisione di specializzarsi in Clinica psichiatrica, invece che in Pediatria o in Ginecologia, ritenute più consone a una donna che avesse voluto dedicarsi all’esercizio della professione medica[3].

Assistente di Sciamanna, presso la Clinica Psichiatrica di Roma, iniziò per lei un sodalizio di ricerca e di impegno sociale che la vide coinvolta nella rieducazione dei bambini “deficienti”, insieme a Clodomiro Bonfigli, a Sante De Sanctis, a Giuseppe Montesano. Sono anni in cui la questione dei cosiddetti “frenastenici” viene considerata una vera e propria emergenza sociale, vista la moltitudine di bambini ritardati che affollano i manicomi provinciali, oppure stazionano nelle scuole elementari. Come lei stessa affermerà: «Fanciulli che attraverso castighi e persecuzioni finiranno per esserne scacciati senza aver nulla appreso»[4].

Ricordiamo che in quel periodo più di un terzo della popolazione italiana era costituita da minori, un aspetto che dal punto di vista statistico non si poteva sottovalutare, e che creava forti allarmismi per gli effetti sociali provocati da una marginalità e devianza in costante aumento, dando avvio a dibattiti sul piano medico, sociale, educativo, al fine di individuare le più opportune strategie di correzione e di prevenzione da adottare.

Il progetto rieducativo nei confronti dei frenastenici era stato presentato in Parlamento, nel 1897, da Clodomiro Bonfigli, in qualità di deputato, al fine di sollecitare un intervento da parte dello Stato per una presa in carico del problema, con la creazione di appositi istituti medico-pedagogici, come avveniva in Francia e in Inghilterra. Nel contempo, si era creato un vasto movimento di opinione che, in un mancanza di una risposta positiva, da parte del governo in carica, porterà alla costituzione della Lega nazionale dei fanciulli deficienti, fondata nel 1899, anche grazie alla “rete” del femminismo “pratico”, con cui Maria Montessori era entrata in contatto fin dai tempi della laurea[5]. Per le sue abili capacità oratorie, la studiosa viene individuata dal movimento come la figura chiave per promuovere le attività della Lega, tanto che il suo intervento al Congresso pedagogico di Torino del 1898, per sensibilizzare il mondo pedagogico nei confronti della devianza minorile, ottiene l’esito sperato: il Congresso approva infatti la sua proposta di impartire un’educazione speciale ai frenastenici[6].

Come è noto, in quell’Assise, la studiosa aveva richiamato l’attenzione sul rapporto tra scuola e delinquenza minorile, sostenendo che il problema dei “frenastenici” era una questione prevalentemente pedagogica, anziché medica. Nell’evidenziare i limiti della scuola del tempo, soprattutto nei confronti dei bambini più problematici, avanzava la richiesta di provvedere con interventi didattici specifici (formazione di insegnanti specializzati, creazione di istituti medico-pedagogici e di classi aggiunte).

Il convergere dei suoi studi sulla devianza infantile divenne subito per lei una sfida all’impostazione deterministica della scuola lombrosiana: proprio nella teoria di Lombroso individuava un margine di un riscatto da un destino predestinato, grazie ad un tempestivo intervento educativo da effettuare in età infantile.

Negli stesi anni, Maria Montessori impegnata a tutto campo nelle battaglie femministe, invitava le donne ad appropriarsi della scienza, per farne uno strumento di autonomia, di autodeterminazione, coltivando innanzitutto «il sentimento della propria forza»[7]. D’altra parte, l’insoddisfazione nei confronti del positivismo si era manifestata nel far valere le sue competenze di donna-scienziato confutando le tesi dei suoi colleghi sull’inferiorità della natura femminile: affermava infatti che non era la scienza ad essere contro le donne, ma erano gli scienziati maschi, con le loro infondate teorie sull’intelligenza femminile. Sottolineava infatti l’importante funzione di traino che il movimento delle donne doveva assumere nel dibattito e nell’azione sociale e politica, valorizzando il ruolo emancipativo e insieme trasformativo della scienza.

Nell’aprile del 1899 era partito proprio da Milano il suo tour di conferenze per sponsorizzare la nascita della Lega per la protezione dei bambini deficienti. Ospite dell’Unione Femminile, tenne due discorsi a pagamento per sovvenzionare la Cucina dei malati poveri e l’Albergo popolare, due iniziative promosse da Alessandrina Ravizza. Fu questa un’importante occasione per sottolineare che le donne dovevano dedicarsi con passione agli studi scientifici, apportando il loro contributo, in un’ottica femminile, secondo una visione nuova e diversa della realtà. Nella sua conferenza La donna nuova sosteneva che le donne dovevano opporsi alla guerra e a condizioni disumane di lavoro non facendo leva su sentimenti di pietà, ma in nome «della ragione scientifica, che non soffoca la ragione del cuore ma ne spiega le ragioni e l’appoggia»[8]. Artefice di questo mutamento sarebbe stata la donna nuova, chiamata innanzitutto ad impegnarsi in una vasta e profonda opera educativa, in particolare nei confronti di quelle donne, ancora schiave di pregiudizi, in merito a competenze e capacità femminili. La seconda conferenza, Carità moderna, collegandosi alla precedente, considerava il ruolo-chiave del connubio scienza-femminismo nell’ottica di sostituire l’idea di carità con quella di prevenzione, quale prioritario compito istituzionale su cui far convergere la ricerca scientifica.

In quel momento la realtà milanese si stava profilando come un nodo nevralgico per la sperimentazione progettuale di interventi volti all’abbandono definitivo del modello volontaristico e caritatevole della beneficenza. Note emancipazioniste erano entrate a far parte delle amministrazioni di opere di pubblica assistenza, mentre l’Unione femminile e la Società Umanitaria erano impegnate a tutto campo nella sperimentazione di progetti innovativi.

Sempre a Milano, nel 1906, Maria Montessori partecipò alla Mostra didattica promossa dall’Associazione magistrale milanese nell’ambito l’Esposizione internazionale, dove anche l’Unione Femminile aveva presentato l’esperienza della Scuola professionale di disegno per le «piscinine».

Dunque, grazie ai consolidati rapporti con l’Unione Femminile, sarà possibile realizzare realizzare la Casa dei bambini nel 1908, presso la Società Umanitaria. In particolare fu Gemma Muggiani a fare da tramite per l’avvio dell’esperimento montessoriano presso l’Umanitaria. Al suo ritorno dal Congresso nazionale delle donne italiane (Roma, 23-25 aprile 1908), dove aveva rappresentato l’Unione Femminile, Gemma Muggiani scriveva a Ersilia Majno:

Tengo a dirti che ho ottenuto l’adesione con intervento al Congresso di Milano della Dottoressa Maria Montessori e che sarà bene organizzare una conferenza sulla sua “Morale sessuale nell’educazione”, tema che essa tratta in modo nuovo; si potrebbe fare a beneficio dell’Asilo Mariuccia. Nel Congresso poi bisogna riservarle il posto per parlare dell’educazione infantile, per cui essa ha inventato dei metodi assolutamente geniali che rivoluzioneranno completamente il campo e metteranno per sempre a dormire Froebel e le sue scatole!! rivendicando al genio italiano e di donna questa scoperta benefica. Io penso alla mia Stella che potrà imparare senza fatica e senza coercizioni alla sua natura vivace e mi propongo di far tutto per divulgarlo, certa che tu mi appoggerai e mi aiuterai[9].

La Montessori partecipò infatti il mese dopo al Congresso di Attività Pratica Femminile di Milano, organizzato da Ersilia Majno. Qui presentò il suo esperimento della Casa dei Bambini, presso il quartiere romano di San Lorenzo, che stava riscuotendo i primi successi Il suo intervento venne perciò accolto con grande entusiasmo dalla platea del femminismo lombardo. Linda Malnati chiese addirittura alla Montessori di ripetere il suo intervento sulle Case dei Bambini di fronte al mondo scolastico cittadino. Fu scelta la sede della Società Umanitaria, l’ente che in quegli anni si distingueva per le molteplici iniziative d’avanguardia in campo educativo, e di cui la stessa Malnati aveva fatto parte, quale membro del Consiglio direttivo. Maria Montessori si rivolse a un pubblico composto in gran parte da insegnanti e dalle famiglie che abitavano nel quartiere operaio di via Solari, da poco fatto costruire dall’ente milanese. Ella tenne poi una conferenza sull’educazione sessuale nel ridotto della Scala, concesso gratuitamente dal Comune, il cui ricavato venne devoluto all’Asilo Mariuccia («Unione Femminile», luglio, 1908). Nello stesso numero, la rivista riportava la notizia che la Montessori partecipò nei giorni successivi (29-30 maggio) al Convegno Nazionale promosso dal Comitato italiano contro la tratta delle bianche, insieme all’Unione femminile, presentando la relazione L’educazione in rapporto alla vita sessuale.

Ritornata poi a Roma, Maria Montessori scrisse alla Majno, complimentandosi per «l’indimenticabile Congresso». Aggiungeva, inoltre, di sentirsi «sua alleata e collaboratrice», a lei unita in una sintonia di ideali e di intenti, specialmente dopo la visita alle Mariuccine: «Quando entrai per la prima volta all’Asilo Mariuccia ebbi l’impressione di entrare non in un Istituto ma nell’anima grande di una Donna»[10].

Il Congresso di Attività Pratica Femminile rappresentò dunque l’occasione per far conoscere al Consiglio direttivo della Società Umanitaria la novità del modello montessoriano. Come si vedrà, nella gestione delle Case dei Bambini, l’Unione femminile avrà una parte significativa anche in seguito, esercitando una certa vigilanza soprattutto dal punto di vista didattico.

Da ricordare che la Società Umanitaria era legata a doppio filo all’Unione femminile, sia dal punto di vista personale (Ersilia Bronzini Majno era sposata con uno dei suoi fondatori), che per le numerose attività consorziate. Le due istituzioni milanesi, gravitanti nell’ambito del socialismo riformista, operavano spesso in completa sinergia, nella sperimentazione di interventi miranti non solo a risolvere i bisogni contingenti, ma a indagare le cause dei fenomeni, in un’ottica di prevenzione dello svantaggio sociale.

Non sorprende perciò che Maria Montessori intravvedesse in quell’ambiente un fecondo terreno per portare a frutto e far decollare la sua novità pedagogica. Lo spirito dell’Umanitaria, con le sue pratiche di autogoverno, le sembrava trovarsi in perfetto accordo con quell’idea di autonomia, ritenuta il principio fondante della Casa dei Bambini. Montessori sperava insomma che l’ambiente pragmatico, sperimentale dell’Umanitaria, sempre pronto a farsi pilota di iniziative all’avanguardia, potesse diventare la sede ideale per istituire un osservatorio di applicazione e di sviluppo del suo metodo, anche con la produzione diretta del materiale didattico da lei brevettato. La proposta montessoriana andava ad inserirsi nell’ambito della politica culturale, già avviata dall’Umanitaria. Qui i vari servizi socio-educativi erano stati istituiti via via sulla base di indagini comparative su quanto avveniva all’estero, oltre a tener conto delle richieste degli inquilini espresse con la compilazione di appositi questionari La percentuale dei bambini rappresentava circa il quaranta per cento degli abitanti e vista la notevole presenza di madri lavoratrici si rivelava necessario anche l’asilo infantile.

Il 1 luglio 1908, il Consiglio direttivo dell’ente milanese deliberò l’istituzione di una Casa dei Bambini nel quartiere di via Solari quale

«esperimento didattico sociale di grande importanza che l’Umanitaria, per la sua opera di educazione popolare e di istruzione professionale ha interesse – coll’esempio – a propagare sicché sorga in ogni quartiere e in ogni città[11]

Il 18 ottobre 1908, venne inaugurata la Casa dei bambini, alla presenza di un vasto pubblico, allietato da uno spettacolo offerto dalla Società degli inquilini, dal Ricreatorio laico e dall’orchestrina del quartiere. Nel frattempo la Montessori tornò a Milano a metà settembre per i preparativi organizzativi, mentre la Casa di lavoro diretta dalla Ravizza fu incaricata di costruire il mobilio e il materiale didattico La pedagogista tenne presso l’Umanitaria un ciclo di conferenze, rivolte ad insegnanti e genitori, per illustrare le potenzialità di stimolo del suo metodo sui bambini; anche presso la sede dell’Unione Femminile, la dottoressa impartì un breve corso di lezioni per le aspiranti al posto di direttrice, al quale parteciparono in qualità di uditrici anche due ospiti dell’Asilo Mariuccia.

Fu soprattutto grazie all’impegno di Augusto Osimo, con il sostegno e la mediazione dell’Unione Femminile, che la Società Umanitaria portò avanti con successo, anche negli anni seguenti, il suo sodalizio con Maria Montessori. L’ente milanese diventò, fino all’avvento del fascismo, il centro di iniziative in Italia per lo studio e la promozione delle Case dei Bambini. Una lettera, inviata dalla Montessori ad Osimo, testimonia come la loro collaborazione appaia ulteriormente rinvigorita da una causa comune, la costruzione di un mondo senza più guerre:

«Anch’io sento come lei quanto si potrebbe fare in Milano e sono convinta che quello è il centro di elaborazione e di diffusione. Se il mio materiale desse sollievo a famiglie infelici, alle vittime della guerra: e se i mutilati lavorassero a un’opera di educazione che preparando individualità libere preparerà pure la più formidabile difesa contro la guerra, quanto sarei fortunata di esser vissuta. Anche per l’idea: a Milano potrà esser più che altrove compresa e difesa, perché Milano ha la popolazione più libera che ci sia oggi in Italia[12]».

Per questo motivo, nel 1917, da San Diego in California, si rivolse al presidente della Società Umanitaria, Augusto Osimo, per coinvolgerlo nel progetto della “Croce bianca”, al fine di formare personale educativo specializzato nella cura dei danni psichici, subiti dai bambini durante i conflitti bellici. La studiosa non riuscì a concretizzare quest’iniziativa, che avrebbe dovuto assumere carattere mondiale e permanente. Vale però la pena riportare alcuni stralci della sua lettera, inviata ad Osimo, per coglierne la portata significativa:

«Le scrivo per interessarla alla “White Cross”, la Croce bianca dei bambini. Si tratta di istituire una Croce bianca per bambini – parallela alla Croce Rossa pei feriti in guerra. In questa guerra consuntiva dei popoli, i bambini sono vittime specialmente degne di richiamare una sollecita cura […]. Specialmente nei luoghi invasi i bambini non si possono considerare più come “figli dei feriti”, che devono essere “curati”. Gli “shocks” psichici nei bambini (spavento, ecc.) rappresentano delle vere e proprie “ferite nella razza” minacciata da degenerazione nel sistema nervoso […]. Per questo si è ideata la “croce bianca”. Essa dovrebbe salvare la vita della razza, che si troverà domani nella necessità di ricostruire il mondo distrutto dalla guerra – e che ha quindi bisogno di tutta la forza di carattere e di intelligenza – di tutto l’equilibrio del sistema nervoso – necessari a compiere l’opera colossale attesa nella pace futura. I medici di malattie nervose e le maestre, specialmente preparate, sono nella “croce bianca” ciò che i chirurghi e le infermiere sono nella “croce rossa” […], ed andrebbero a prestare servizio presso i bambini […]. Sono i bambini di oggi quelle forze di ricostruzione sulle quali speriamo nel dopoguerra […]. Salvare i bambini: ecco il grido di chi oggi lavora per l’umanità[13]».

Del resto, l’impegno pacifista di Maria Montessori resterà inalterato negli anni, a differenza di quanto accadde per gran parte dei movimenti femministi che, in occasione della prima guerra mondiale, metteranno in evidenza tutta la loro fragilità identitaria, col conseguente ripiegamento delle competenze femminili soltanto a lenire le ferite della guerra.

Infatti, a distanza negli anni, alle soglie di due conflitti mondiali dagli esiti così devastanti, la studiosa rinnoverà i suoi appelli pacifisti sempre in nome della scienza: per lei la pace potrà essere realizzata solo prendendosi cura della salute psichica degli esseri umani fin dall’infanzia, poiché le cause della guerra risultano profondamente annidate nella psiche degli individui. Nel pieno del primo conflitto mondiale affermava:

«La medicina si è limitata ad alleviare le malattie prodotte artificialmente. Essa ha constatato una causa di malattia e l’ha lasciata indisturbata, limitandosi ad alleviare i mali che ne derivano alla moltitudine delle vittime. Essa non si è atteggiata alla sua gran dignità di “difenditrice” della vita; ma, come a un servizio di Croce Rossa in una guerra, s’è limitata a curare i feriti e ad alleviare le condizioni dei sofferenti: senza pensare che l’autorità acquistata come custode della salute, poteva farle mandare il supremo grido di pace, che ponesse fine a una guerra così pericolosa, così ingiusta e inumana[14]».

Si tratta di una prospettiva che Montessori cercherà di argomentare anche dal punto di vista scientifico:

«gli studi biologici che si addentravano a scoprire i segreti della natura, si sono incontrati nell’“amore” come chiave della vita. Gli scienziati hanno finito col vedere, dopo tante ricerche, la cosa più evidente: che è l’amore che mantiene le specie animali, non la “lotta per l’esistenza”[15]».

Come è noto, la rottura definitiva della studiosa col Regime avviene nel 1932, con la famosa conferenza Peace and education, da lei pronunciata al Bureau international d’éducation; qui la studiosa sostiene che i germi della guerra si annidano nei rapporti autoritari tra adulti e bambini:

«l’obbedienza a cui è sottomesso il bambino nella famiglia e nella scuola, obbedienza che non ammette ragione e giustizia, prepara l’uomo ad essere sottomesso alla fatalità delle cose[16]».

Sempre fedele a se stessa, animata da un forte pathos umanitario, pacifista, internazionalista, la scienziata cercherà di realizzare il suo progetto in ogni parte del mondo, spesso in situazioni di emergenza, nella convinzione che «L’unica via di scampo per l’individuo è che tutta l’umanità sia salva»[17].

Morì il 6 maggio 1952 nella sua casa di fronte al mare, a Noordwijk aan Zee (Olanda), mentre stava preparando la sua partenza per il Ghana, insieme al figlio Mario. Era fortemente decisa ad affrontare quel viaggio, nonostante l’età avanzata: «Se ci sono bambini bisognosi di aiuto, quelli sono proprio i poveri bambini dei paesi africani. Certo che dobbiamo andare!»[18].

Tiziana Pironi

Intervento presentato in occasione del seminario Le dottore, 20 aprile 2016

Note

[1] Ho trattato questo aspetto relativo alla biografia di Maria Montessori, nel volume: T. Pironi, Percorsi di pedagogia al femminile dall’unità d’Italia al secondo dopoguerra, Roma, Carocci, 2014, pp. 45-87.

[2] R. Kramer, A. Biography, University of Chicago Press, Chicago, 1976, pp. 41-43.

[3] V.P.Babini, L. Lama, Maria Montessori: una donna nella scienza, “Il Risorgimento”, n. 2-3, 1999, pp. 263-264.

[4] M. Montessori, Antropologia pedagogica, Vallardi, Milano, 1910, p. 13.

[5] V. P. Babini, L. Lama, Una “donna nuova”. Il femminismo scientifico di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano, 2000.

[6] G. C. Molineri e G. Alessio, Atti del Primo Congresso pedagogico nazionale italiano, Torino 8-15 settembre 1898, Stabilimento tipografico F. Camandona, Torino,1899, p. 124.

[7] V. P. Babini, Tra scienza e femminismo. Maria Montessori prima del “Metodo, in Centro Studi Montessoriani, Annuario 2003. Attualità di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano, 2004, p. 137.

2004, p.27.

[8] M. Montessori, La donna nuova (Conferenza della dottoressa Maria Montessori), “L’Italia femminile”, 19 febbraio, 1899.

[9] Lettera di Gemma Muggiani ad Ersilia Majno del 3 maggio 1908 (in U. F. FEMB, cart. IX B.2, vedi citazione in volume di T. Pironi, Femminismo ed educazione in età giolittiana. Conflitti e sfide della modernità,ETS, Pisa, 2010, p. 123.

[10] Biglietto di Maria Montessori a E. Majno (in U. F. FEMB, cart XIV/1, citata nel volume, come sopra, p. 124.

[11] Delibera del 1 luglio 1908, citata in nota 47 nel volume T. Pironi, Femminismo…p. 135.

[12] Lettera di Montessori ad Osimo, 20 ottobre 1919, ASSU, FO 5/12 (fondo citato in nota 114 nel suddetto volume, p. 151)

[13] La lettera è riportata in Il metodo Montessori e l’opera della Società Umanitaria. Estratto da L’Umanitaria e la sua opera, Società Umanitaria, Milano, 1922, pp. 268-271

[14] M. Montessori, L’autoeducazione nelle scuole elementari [1916], Garzanti, Milano, 2000,. p. 47

[15] Ibid., p. 287.

[16] Montessori, La pace (Bureau international d’éducation – Ginevra, 1932), in ead, Educazione e pace [1949], Edizioni Opera Nazionale Montessori, Roma, 2004

[17] M. Montessori, L’autoeducazione nelle scuole elementari [1916], Garzanti, Milano, 2000,p. 244

[18] M. Montessori Montesano, My most unforgettable Character, in Centenary of the Montessori Moviment, Kalakshetra Publications, Chennai.