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L’avventura di DWF

05/10/2015

L’archivio DWF è una miniera d’oro per lo studio della nascita dei gender studies in Italia e del femminismo gli anni Ottanta.

I documenti dell’archivio DWF depositato presso l’Unione femminile coprono perlopiù l’arco temporale che va dal 1975 alla fine degli anni Ottanta e si raccolgono intorno a tre nuclei: la rivista di studi, la cooperativa Utopia, il Centro studi. E’ un archivio particolarmente interessante per la nascita degli studi di genere in Italia e per la trasformazione del femminismo da movimento politico di massa ad agenzia culturale diffusa. Una vera miniera d’oro per chi intenda studiare gli anni Ottanta.

Il progetto di rivista prende forma nel ’74 da un’idea di Tilde Capomazza ed Annarita Buttafuoco; sollecitate dalla lettura del libro di Ida Magli La donna: un problema aperto e spinte dal proprio desiderio di rompere gli schemi della cultura, decidono di fondare un rivista di studi internazionali. Tilde, che allora era regista alla Rai, racconta così:

Nel 1974, uscì un secondo libro della Magli (il primo era Gli uomini della penitenza), che si chiamava La donna un problema aperto. Questo libro Annarita lo lesse con molta attenzione e lo lessi anch’io; entrambe trovavamo che era molto affascinante, ma che tutto sommato poi non poggiava su nessun fatto convincente, su nessun dato, erano tutte ipotesi; però era pieno di provocazioni. E allora, in quel periodo, una sera stavamo, io e Annarita, in casa, e lavoravamo a maglia, ci aveva preso questa fissa, ‘mah, io mi sono stufata un po’ di questa situazione del lavoro’, perché facevo programmi sì certamente interessanti, ma avevo questa vita molto chiusa nel lavoro, e mi sembrava diventata un po’ una routine, sentivo già voglia di cambiare, perché io tante cose ho cambiato nella vita… e dissi, ‘mah, vorrei fare qualche cosa proprio di rivoluzionario’ – dico – ‘ma non iscriversi al partito comunista, perché sarebbe come un’altra chiesa, io una chiesa ce l’ho già avuta, non mi va, non mi sembra una cosa rivoluzionaria’. Annarita disse: ‘facciamo una rivista!’ E io dissi: ‘bah una rivista… la rivista per me non è una cosa molto rivoluzionaria’, perché della rivista io avevo un’idea molto tradizionale, un luogo di pubblicazione di studi, io non ero una studiosa, quindi non vedevo che cosa ci potesse essere di rivoluzionario nel fare una rivista.

Senonché, la mattina dopo mi sveglio, ci ripenso, Annarita dormiva ancora, e scrivo una lettera alla Magli, in cui le dico che appunto dal suo libro nascono tanti problemi, che si potrebbero elaborare a lungo termine, e che Annarita ed io pensavamo che si potesse fare una rivista, da lei diretta, e magari chiamando altre persone a collaborare e a farla.

Lei rispose subito, al telefono, molto lusingata dalla cosa, e però dice ‘sai, non è facile, è un problema’, evidentemente lei con la sua competenza di accademica vedeva dei problemi che noi non vedevamo all’epoca: Annarita era una studentessa universitaria, io facevo tutt’altro mestiere, i problemi della Rai li sapevo, ma quelli dell’accademia no… e poi noi non pensavamo all’accademia, noi pensavamo a una rivista indipendente, in cui si dibattessero dei problemi che riguardassero la donna. Beh, per farla breve è passato oltre un anno, questo accadeva agli inizi del secondo. E’ passato oltre un anno di sì e di no, facciamola non facciamola… per prima cosa la Magli disse: bisogna che ci siano degli uomini, che ci siano dei cattedratici, che così garantiscono la serietà della rivista. [i]

Il primo numero esce nell’ottobre dello ’75. Nello stesso anno, in America, l’antropologa Gayle Rubin mette a fuoco l’esistenza di un sistema sesso-genere, evidenziando il ruolo della cultura nella codificazione dell’identità e dei comportamenti sessuali. La direzione d’indagine è la stessa di DWF.

L’assunto della nostra rivista è grossomodo questo: l’immagine della donna nella cultura occidentale è un prodotto culturale e cioè un preciso processo storico-culturale ha determinato al tempo stesso il ruolo sociale subalterno della donna e le immagini che a questo ruolo potessero fare da sostegno. Le scienze, le istituzioni, la prassi politica hanno contribuito e contribuiscono a rafforzare questo ruolo. Noi, muovendoci nell’ambito scientifico, intendiamo ripercorrere il cammino che, nelle varie scienze e nelle istituzioni da esse derivate, ha fatto l’ideologia femminile, per smontarla e liberare la donna da queste immagini repressive che ne condizionano la libertà.[ii]

Il titolo, donnawomanfemme, evidenzia l’apertura verso ciò che accade anche fuori dai confini nazionali; la corrispondenza testimonia l’impegno della redazione, in particolare di Annarita, Tilde e Dora Stiefelmeier, nella ricerca di scambi e contatti con altre ricercatrici di paesi europei ed extraeuropei. Nel giro di pochi mesi si forma il gruppo stabile della redazione in cui entrano a far parte, oltre ad Annarita Buttafuoco e Tilde Capomazza, anche Ida Magli, Maria Teresa Morreale, Maria Grazia Paolini, Dora Stiefelmeier, Ginevra Conti Odorisio.

Il rapporto con la Magli si interrompe quasi subito, per differenza di vedute sul tema dell’aborto. Secondo la Magli, non andava legalizzato. E poiché la rivista era pubblicata da Bulzoni, che grazie all’intermediazione di Magli non chiedeva denaro, a cascata si rompe anche l’accordo con l’editore. Andò così, nel racconto di Tilde:

Uscito il primo numero, andò bene, si preparò il secondo. Nell’impostazione della rivista c’era un tema in cui si era deciso di fare dei confronti tra il punto di vista di un uomo, e il punto di vista di una donna. Il primo confronto fu su psicanalisi e antropologia, come uomo c’era Pietro Bria dell’università cattolica di Roma, e come donna Ida Magli che faceva le note dell’antropologa, quindi commentava da un altro punto di vista.

Nel secondo numero il confronto era: Sessuologia, antropologia, teoria politica. Come uomo c’era Willi Pasini, dal suo libro Tra contraccezione e desiderio di maternità, con le reazioni maschili, e Ida Magli, con le note dell’antropologa. E qui […] cominciò lo scontro, perché lei non ci aveva detto di che cosa avrebbe parlato, e soprattutto prese posizione come se noi non avessimo diritto di sapere di che cosa la rivista si faceva portatrice. Quando vedemmo questo articolo, con la posizione presa dalla Magli contro l’aborto e che non si doveva chiederne la legalizzazione, fummo prese di sorpresa; quando arrivarono questi pezzi a casa mia – la rivista si è fatta a lungo a casa mia, dove stavamo io e Annarita – rimanemmo sconvolte, perché non se ne era parlato in riunione, non ci aveva fatto una telefonata, non poteva fare circolare una posizione che non era condivisa dalle persone della rivista. La cosa poi che sconvolgeva era che non se turbava granché Ginevra Conti Odorisio, la quale faceva parte del Movimento di liberazione della donna, l’Mld, e andava un giorno a settimana a via di Torre argentina a incontrare le donne che chiedevano di abortire e che si preparavo per i voli che si facevano a Londra. Se c’era una pienamente impegnata nel movimento e in una questione particolarmente delicata che era l’aborto, era la Conti Odorisio, e invece lei si mostrò molto tenue. Perché? Naturalmente la Magli era un’accademica, e quindi lei che era una principiante temeva di mettersela contro; allora propose di scrivere anche lei un altro punto di vista, in modo che risultasse più problematico l’insieme. Ma fu una toppa messa sulla situazione; la Magli ne rimase offesissima, nonostante la Conti fosse dalla sua parte, e disse che lei si ritirava, e non intendeva accettare queste imposizioni. […] Ma questo non basta, però, perché avvertì immediatamente Bulzoni di non fare più la rivista, perché se no lei non avrebbe più fatto adottare i libri della sua casa editrice. [iii]

Dopo aver chiuso con Bulzoni e tentato una nuova collaborazione con Coines, e mentre la tiratura aumenta, il gruppo decide di costituirsi in cooperativa e pubblicare in proprio la rivista. La Cooperativa Utopia nasce nel 1978, con l’esigenza di “farsi riconoscere di fronte al mondo”:

A noi interessava, a un certo punto, proprio perché le cose cambiano, di essere riconosciute come uno strumento valido nel campo della cultura. Pensa che una volta sono andate in Parlamento Vania [Chiurlotto], Maricla Tagliaferri, e un’altra persona, con uno striscione lunghissimo, e mentre quelli stavano discutendo, lo fanno cadere e fanno vedere quel che c’è scritto a proposito della stampa delle donne. Cioè, a quel punto diventava un’esigenza il farsi riconoscere di fronte al mondo: noi l’abbiamo inventata, l’abbiamo fatta gratis, adesso questa cosa esiste sul mercato; se voi date dei fondi a chi fa una rivista scientifica, non si capisce perché non li dovete dare a noi. É una cosa seria, abbiamo dimostrato nel corso degli anni che è una cosa che serve, richiesta, il che vuole dire che la gente la vuole, quindi adesso basta, dateci una mano [iv]

Si formano così gruppi distinti: la redazione della rivista, che a sua volta si avvale della collaborazione di un comitato di consulenza più allargato; la proprietà della testata; le socie della cooperativa. Questo l’intreccio tra le tre entità, come è descritto nel dattiloscritto Perché cooperativa:

Dal momento della costituzione della cooperativa si sono avuti mutamenti nella composizione del corpo redazionale. E’ cambiata prima la direttrice e poi l’intera redazione. A questo punto proprietarie della testata, socie della cooperativa e redattrici non erano più le stesse persone. Pertanto la proprietà della testata ha ceduto in affitto (simbolico) la testata alla redazione, che ne è responsabile a tutti gli effetti. La direttrice della rivista è anche proprietaria della testata e membro del consiglio di amministrazione della cooperativa a cui si riferisce riporta oltre i problemi di ordine politico, i problemi di ordine amministrativo che vengono valutati e approvati nelle assemblee. [v]

All’inizio la cooperativa, pur cominciando a delinearsi come corpo autonomo rispetto alla redazione, non ha ancora una sua vita autonoma. A parte gli obblighi legali (nomine, tenuta dei verbali, approvazione dei bilanci) non si pone come impresa impegnata in investimenti, ricerca di espansione, utili che consentano di pagare il lavoro. L’impresa di coniugare cultura e sostenibilità economica è raccolta solo in parte, come scrivono le protagoniste nello stesso documento:

Oggi come ieri le redattrici e anche le socie della cooperativa si sentono piuttosto soggetti politici impegnati in una battaglia ideale; le redattrici si fanno carico delle incombenze più noiose per mandare avanti la rivista, ma rifuggono dai compiti relativi all’amministrazione e agli adempimenti burocratici relativi alla cooperativa. [vi]

Eppure, è un momento di grande attivismo. Nel ’77 nasce infatti anche il Centro studi DWF:

Il Centro studi nasceva dall’esigenza di visibilità, di scendere in piazza, di avere un luogo aperto dove le donne potessero venire, sia a consultare materiali prodotti dalla rivista, sia libri che inizialmente furono delle donazioni … Poi, siccome la rivista faceva recensioni, cominciavano ad arrivare libri… era biblioteca come luogo di consultazione, e poi era un luogo dove si potevano fare delle iniziative, degli incontri. [vii]

Un documento, redatto nell’86 in vista del convegno nazionale dei Centri studi che il Centro studi DWF contribuisce attivamente ad organizzare, descrive in modo preciso le tappe della vita del Centro fino all’anno del convegno:

Nella storia del Centro, intesa sia come storia dei suoi gruppi animatori e dirigenti, sia come impostazione delle linee d’intervento e di attività, si possono grossomodo individuare 4 fasi:

1)      Il Centro è nato nel ’77 come filiazione della rivista DWF, con cui in una prima fase ha avuto rapporti di scambio e collaborazione molto stretti e quasi una relazione di identità per quanto riguardava il suo gruppo dirigente e le linee di intervento politico-culturali

2)      Vi è stata una frattura, legata almeno in parte a vicende interne alla rivista e al cambiamento della redazione, e un periodo di scollamento e di reciproca autonomia, con una segreteria non coinvolta nella rivista. Tale autonomia era però “inquinata” per il Centro da regole statutarie, ma anche e soprattutto da inespresse e irrisolte tensioni, di tipo sia personale (rapporti tra redattrici e responsabili del Centro) che di visione politico-culturale. E’ stata per il Centro una fase di crescita, e per numero di socie e per ambizioni di progettazione [’80 – ’84]. […] Una fase per molti versi positiva, ma che presentava anche, ce ne rendiamo conto ora, elementi contradditori e portatori di crisi. Ad esempio, al di là della fatica e della poca gratificazione del lavoro burocratico e amministrativo che esso comporta, l’inseguimento di fondi degli enti locali può produrre una sindrome di autoreferenzialità in cui si perdono i propri reali interessi. […] E ancora: l’organizzazione e la gestione quotidiana, perfino quando l’attività potrebbe avere una valenza positiva di desiderio e di creatività, assorbono sempre più tempo ed energie, spegnendo l’entusiasmo, generando frustrazione, impedendo il formarsi di rapporti personali significativi perché fondati su una comunità d’intenti e sulla condivisione di compiti e gratificazioni, giacché al lavoro di routine viene sacrificato l’approfondimento di una ricerca sul senso della propria attività. Al momento alto di questa fase, quella del lavoro duro ma felice dell’ideazione del progetto Woolf [’84], si trovò a corrispondere una crisi della rivista con lo sfaldamento della sua redazione, e una rinnovata partecipazione alla vita del Centro della direttrice A. B. [Annarita Buttafuoco], membro abbastanza latente nella fase 2, e T.C. [Tilde Capomazza], anche lei per qualche tempo assente, [che] era rientrata appunto in occasione del progetto Woolf, da lei inizialmente supportato

3)      C’è quindi quella che potremmo chiamare una fase di transizione, in cui la segreteria ufficialmente non cambia, ma nei fatti è diversa, sia perla presenza effettiva di T. C. e A. B., sia per la partecipazione ai suoi lavori di socie in vario modo cooptate. E’ stato in questa fase che ha avuto inizio il lavoro del Coordinamento [Coordinamento nazionale dei Centri studi]

4)      Si arriva dopo momenti di difficoltà e anche di scontro, all’elezione dell’attuale segreteria. Persone in precedenza molto attive si allontanano dal Centro; emergono quegli elementi di contraddizione cui prima si accennava; l’esistenza stessa del coordinamento e la necessità di autodefinirsi rispetto ad esso rendono esplicita l’insoddisfazione per modalità di produzione-trasmissione di cultura sentite come forse necessarie ma certo non sufficienti. [viii]

Ma torniamo alla rivista. Il 1980 è anno di ristrutturazioni che riguardano sia la sede fisica che la redazione, ed è pubblicato un solo numero, il 14. Nell’81 la nuova rivista esce con un titolo significativo: Il luogo delle ipotesi. Femminismo e conoscenze. L’editoriale ne descrive in modo preciso il senso, collocando le vicende interne al gruppo redazionale nella generalizzata crisi del movimento femminista inteso come movimento di massa.

La nuova redazione è composta da Silvia Costantini, Donata Lodi, Maricla Tagliaferri, Gabriella Turnaturi e Annarita Buttafuoco, direttrice responsabile (Rosanna Delongis si aggiunge nel 1982); altra novità introdotta nel nuovo ciclo della rivista è la formalizzazione di un corposo comitato di consulenza, che ha il compito di partecipare all’elaborazione del contenuto della rivista e di pari passo alla gestione dei problemi amministrativo-burocratici. Nel 1982 si apre un altro periodo di cambiamento, nel quale le pubblicazioni cessano, per riprendere solo nell’85, con i numeri 23/24 e 25/26. In questo arco di tempo si verifica anche il passaggio di proprietà della testata dal gruppo delle sue fondatrici alla cooperativa, formalizzato nel 1984. In questa fase di passaggio, Centro, rivista e cooperativa si trasferiscono nei locali dell’Udi: alla fine dell’82 è stipulato il contratto di comodato tra la Cooperativa Utopia e la Cooperativa Libera Stampa, che produce Noi donne. Si decide di creare uno spazio da gestire in comune, nel quale proporre attività culturali: è la Sala Mozzoni, inaugurata il 29 marzo dell’83.

Sul fronte della rivista è il 1984, dicevamo, l’anno in cui la crisi matura. Il rinnovamento in corso riguarda il piano amministrativo e, soprattutto, il contenuto. I nodi sono quelli, ancora oggi cruciali, della sostenibilità economica delle imprese culturali, oltre che del rapporto tra soggetti e contesto. Li troviamo in questa Lettera alle componenti il Comitato di Consulenza:

Uno dei problemi che ha in parte bloccato il processo di riflessione, pure avviato e perseguito nel corso dei dieci anni di vita della rivista, è stato certamente il fenomeno – comune a molte esperienze analoghe – che potremmo definire di “privatizzazione” del progetto stesso. Vale a dire una sorte di progressivo isolamento del gruppo promotore che, spinto dalle urgenze produttive, ha via via trascurato le occasioni di confronto con gruppi di ricerca, centri studi, singole ricercatrici.

Oggi noi vogliamo invece che DWF diventi soprattutto una sede di dibattito sulla ricerca femminista, aperta a tutte coloro che siano interessate ad interrogarsi ad a lavorare su questo terreno. Ci piacerebbe, insomma, verificare la possibilità che DWF non sia più soltanto il prodotto di un gruppo che si raccoglie intorno alla testata, ma diventi davvero uno strumento di comunicazione e di raccordo tra diverse esperienze. [ix]

Si tratta di una lunga fase di transizione da cui l’intero progetto editoriale esce trasformato. Il primo numero della nuova serie, rinnovata anche nel formato e nella grafica, esce nella primavera dell’86.

Nel frattempo, come abbiamo visto, il Centro studi DWF va avanti con le attività. Le carte presenti in archivio testimoniano il ruolo avuto nel percorso che si sviluppa lungo tutti gli anni Ottanta e attraverso cui si organizzano e si strutturano Centri di studio e documentazione delle donne. La prima tappa di questo percorso ha luogo nell’81 a Milano, dove il Centro di studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia organizza il primo seminario internazionale dei Centri di documentazione. Seguono negli anni successivi alcuni incontri nazionali[6]; in quello di Bologna del 2 dicembre ’84 si costituisce un coordinamento nazionale stabile, di cui il Centro studi è parte attiva. Nell’85, all’interno del coordinamento emerge l’esigenza di un momento di visibilità e di confronto, che sia occasione per approfondire il dibattito entro i singoli centri: si decide di dare vita ad un convegno nazionale, per il quale si costituisce un gruppo di lavoro, ed anche in questo caso il Centro studi DWF ne è parte. Il convegno si svolge a Siena dal 19 al 21 settembre 1986, con il titolo Donne al Centro. Politica e cultura dei Centri delle donne negli anni ’80. La cooperativa Utopia ne pubblica gli atti nel 1988.

Su questa data, il 1988, si chiude anche questo breve excursus. Il Centro sarà attivo fino al 2005. Le pubblicazioni della rivista, attualmente edita dalla Associazione Utopia, sono ancora in corso. Nella nostra biblioteca è conservata la seria completa.

Eleonora Cirant

Descrizione del fondo archivistico e bibliografia

Note

[i] Intervista a Tilde Capomazza, raccolta da Eleonora Cirant nel 2003
[ii] Lettera da Annarita Buttafuoco a Egle, 12 settembre 1975, serie: 1.1.7
[iii] Intervista a Tilde Capomazza, ivi
[iv] Intervista a Tilde Capomazza, ivi
[v] “Perché cooperativa?”, serie: 2.3.2
[vi] Ivi
[vii] Intervista a Tilde Capomazza, ivi
[viii] Autobiografia del Centro, serie3.2.7.4
[ix] Lettera alle componenti il Comitato di Consulenza, 24/05/1984, serie.: 2.5.3

L’avventura di dwf (un tuffo in archivio) – File PDF