Galateo per donne e uomini recensione di Liliana Moro

24/09/2015

Sono particolarmente contenta dell’opportunità che mi ha dato Barbara di partecipare alla presentazione qui di […]

Sono particolarmente contenta dell’opportunità che mi ha dato Barbara di partecipare alla presentazione qui di questo suo libro. E di farlo come rappresentante della Libera.

So che alla nostra autrice è ben chiaro quanto le sue riflessioni sui temi che vi tratta siano frutto anche del lavoro portato avanti alla Lud in particolare con il “gruppo Ricordi” del mercoledì, che ha prodotto anche un librino su “Le nostre virtù”. Virtù: termine quanto mai desueto, fuori moda , abbandonato. Forse da quando si capì che non era più il caso di discutere della virtù femminile per eccellenza, cioè la castità. E scrissero della resistenza ad affrontare questo termine.

Invece Barbara non solo affronta il tema delle virtù: si spinge oltre riesumando anche un termine ancor più fuori moda: galateo.
Con le implicazioni che ci ha ben ricordato Cettina.
A prima vista, dunque, un discorso che programmaticamente si pone ai margini, in una società che -almeno nella sua classe dirigente e dei suoi esponenti più in vista- sembra aver fatto della maleducazione, della scorrettezza, della villania, la sua bandiera, il suo modo di vivere.

Riprendere termini così inconsueti, come molti altri: gentilezza, misura… risponde a un progetto preciso
Cit. pag. 100
“Occorre lavorare sul linguaggio, prendersi cura delle parole…”

Tutto il suo discorso propone un ribaltamento vero e proprio su 2 questioni: il processo e il coinvolgimento degli uomini.

Mapelli chiede ai suoi lettori di mettere a fuoco ciò che normalmente viene trascurato e sottaciuto: il processo di modificazione quotidiana dei comportamenti. Non le proclamazioni di principio, il dover essere, la definizione degli obiettivi finali, non è interessata alle rivendicazioni e alle denunce. Ha l’ambizione di andare oltre e gettare lo sguardo sul percorso lungo e difficile che comporta la realizzazione nella concretezza delle relazioni di quei principi, di quel cambiamento radicale che il femminismo ha portato nel pensiero e nelle vite delle donne. Nelle nostre vite.

Cit. pag 115
“Non pretendo, non posso pretendere… porta con sè”

E’ un processo pieno di contraddizioni, di provvisorietà, di ambiguità. Un work in progress continuo che può dar adito a scoraggiamento, a delusione, a smarrimenti che fanno ripiombare nella sicurezza del noto, del fissato, del “naturale” che tale non è affatto ma frutto di secoli di costrizione e costruzione culturale.
Sappiamo bene quanto la storia, e soprattutto la storia delle donne, conosce i ritorni indietro, il regresso molto più che il progresso. Si è parlato sovente e autorevolmente di ‘andamento carsico’

Mapelli affronta questo nodo cercando di ordinare e illuminare la situazione “paludosa” in cui ci troviamo e di fissare alcuni paletti, utili per il progredire del cammino. Lo fa con pazienza e precisione.
Meticolosa quanto basta per chi intende muoversi in ambito educativo, quello che è un po’ la specificità della ricerca di Barbara. Un ambito che -per un lato- è quello dell’addestramento alle regole: l’istruzione è il lavoro di inserire le nuove esistenze dei bimbi, dei giovani, nelle discipline, i saperi strutturati, e nelle regole di comportamento consolidate. Quindi è in certo modo il mondo della tradizione. Ma sempre più questo mondo è sottoposto a tensioni dirompenti, a sollecitazioni di cambiamento, alla necessità di far spazio alle soggettività nuove, a desideri inediti. A pratiche anche diverse, ormai.
Una urgenza dell’ora, proprio di questo momento è dare indicazioni per non perdersi in questa fase di passaggio: “nel frattempo”
Trovare un equilibrio, individuare i punti fermi per non soffocare il nuovo che noi stesse, ormai ben lontane dalla spinta innovativa della gioventù, abbiamo portato avanti. Proprio nella scuola. Noi/io, ma so di far parte di un gruppo non piccolo, che siamo state giovani insegnanti entusiaste dell’ideologia antiautoritaria, siamo state convinte femministe, abbiamo vissuto la difficoltà di cambiare comportamenti e soprattutto paradigmi dell’educazione.
E ora vediamo il disastro di una struttura scolastica (educativa?) che continua ad essere improntata sul “neutro”. Le alzate di scudi da parte dei cattolici integralisti sulla questione del gender ci dice che è stato toccato un nervo scoperto, una questione centrale, che non riguarda solo le coppie omogenitoriali o l’omosessualità, ma riguarda proprio l’educazione alle categorie di genere, ai comportamenti sessualmente determinati. “giochi da maschi e cose da femmine”

Ben diversa è l’istanza che pone Barbara: è indispensabile “dare un sesso al nostro pensare e vivere” (p.116).
Questo riflette ciò che, a mio parere, è il portato più recente e prezioso del femminismo: un discorso valido per donne e uomini. Il secondo portato innovativo, a mio parere, di questo libro.
In tutto il testo è costante l’attenzione di Barbara nel declinare il discorso al maschile e al femminile, nel senso di mostrare le implicazioni delle riflessioni femministe per gli uomini, non nei confronti delle donne ma verso se stessi; il modello tradizionale di maschio è sgretolato positivamente ed acquista nuove potenzialità.

Solo un esempio che mi sta a cuore perché si tratta di un tema su cui abbiamo lavorato a lungo in un gruppo della Lud: la cura. Alla cura Barbara dedica un capitolo della 2° parte dedicata ai luoghi. Giustamente qui dà la parola a riflessioni di uomini che si rendono ormai conto di quanto sia castrante l’aver espunto questa disposizione dalla maschilità. Bambini, vecchi e malati sono affidati alle donne, ancora la professione infermieristica è in stragrande maggioranza femminile, negli asili è molto peggio.
Questo toglie gli uomini dagli spazi e dagli atteggiamenti di cura ma toglie anche la cura dai luoghi di potere maschili. Per cui né la politica, né l’economia prevedono il paradigma della salvaguardia della vita, delle persone, dei più deboli, della terra. (Salvo poi reintrodurla proprio negli eserciti, nella guerra: come cita pag175). Vediamo ora la vicenda dei migranti. O fuggiaschi, come ha recentemente proposto Edgar Morin. Le logiche politiche creano guerre, le logiche economiche creano ricchezza con la vendita delle armi e poi non si trova il modo di occuparsi delle esistenze distrutte. Le vittime non entrano nel conto. Non c’è cura.

Occorre coraggio per il cambiamento di prospettiva qui proposto.
Occorrono nuove qualità agli uomini e alle donne che vogliono davvero cambiare. Occorre una nuova declinazione di molte capacità, atteggiamenti, che assumono significati inediti : occorrono davvero nuove virtù e un nuovo galateo.

Intervento di Liliana Moro all’incontro di presentazione del libro

Leggi l’intervento di Concetta Brigadeci