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Epiche

25/11/2014

Esiste un’epica femminile? In quali scritture, in quali narrative prende forma? Sono le domande che […]

Esiste un’epica femminile? In quali scritture, in quali narrative prende forma?

Sono le domande che guidano le autrici del libro Epiche. Altre imprese, altre narrazioni, in libreria per Iacobelli. Una raccolta di saggi in cui si esplora la letteratura italiana e straniera alla ricerca di eroine che non siano soltanto “varianti” di eroi. Le autrici si assumono un compito impegnativo ed originale. Saggi che trattino di “donne nell’epica” ce ne sono infatti parecchi, ma mancava una trattazione sulle “donne epiche”. Il tema era stato oggetto di un seminario della Società italiana delle letterate, nel 2008, e questo libro ne è il frutto.

L’impresa è duplice: definire i termini del problema e dunque capire di cosa stiamo parliamo, quando parliamo di epica e quando la decliniamo sul contemporaneo. Individuarne le protagoniste secondo una prospettiva che non cancelli la differenza sessuale, dunque mettere in discussione anche il carattere “patriarcale” dell’epica, quella legata a gesta guerriere.

E’ un’impresa avvincente che ci mette in contatto sia con le origini della riflessione teoria sull’epica, sia con la critica e lo scenario attuale. Dunque Aristotele e i poemi omerici, ma anche Wu Ming e Bhollywood.

L’impresa richiede punti di orientamento. Punti che Paola Bono e Bia Sarasini, curatrici del volume, delineano nell’introduzione sia richiamando i criteri adottati da altri testi critici su “epica al femminile” che descrivendo le parole-chiave scelte: eroina, impresa, coraggio, mondo, spostamento.

La “stramba epopea” di Elsa Morante è la prima di “alcune scritture di donne che si possono definire epiche nei termini propri della tradizione” e che Laura Forti mette alla prova della della definizione artistotelica. Paola Masino, Fausta Cialente, Goliarda Sapienza sono le altre autrici ripercorse da Forti alla ricerca di “narrazioni” di “azioni serie e compiute” che hanno “una loro grandezza”, cioè epiche nel senso aristotelico.

L’americana Helen DeWitt, l’italiana Caterina Venturini e l’indiana Kiran Desai sono le scrittrici “vagamente epiche” analizzate da Sandra Petrignani, che assume “soltanto come provocazione” l’interrogativo se esista o meno un’epica femminile, “come stimolo a un’indagine che probabilmente ci porterà altrove, certo a una risposta negativa o addirittura a un ribaltamento dei termini in cui l’epica è concepita”.

“Estranee alla grammatica della storia” sono le “eroine indiane della connessione” del percorso proposto da Mariella Gramaglia, scrittrici e registe che raccontano la nascita della nazione indiana, e la diaspora segue alla spartizione tra India e Pakistan. “Mi pare che si possano disegnare tre figure eroiche dell’epoca: l’eroe maschile negativo, l’eroe maschile positivo e l’eroina”, scrive Gramaglia. Se il primo è colui che in nome dell’etnia uccide e il secondo è quello che sfugge all’ossessione dell’etnia grazie alla profondità empatica del proprio sentire, le eroine “tengono eroicamente la trama delle relazioni fra le comunità”.

Torna l’India nel saggio di Serena Guarracino, dedicato al cinema. Il conflitto tra tradizione e innovazione genera il campo di tensione dentro cui si muovono le “eroine post-coloniali” che attraversano e mixano le mitologie. La dimensione epica del loro viaggio non è solo fra territori ma fra identità culturali. “Il cinema diasporico costituisce un fertile crocevia di immaginario dove diverse generazioni di femminismo si intrecciano alla tradizione epica indiana e soprattutto alla forma narrativa bolywoodiana”, scrive Guarracino.

Parte dall’epica greca Lidia Curti, che riprende il filo di Antigone e Medea per collegarlo alle scritture contemporanee della diaspora, questa volta in continente africano. Come nell’epica tradizionale, il viaggio e l’esilio muovono trame e destini. Le eroine mirano a “mettere al mondo se stesse” e le loro imprese si svolgono spesso in scenari domestici.

Marina Vitale si concentra su “Helen in Egypt”, poema di Hilda Doolittle, nota con lo pseudonimo di H.D. Poema che Vitale analizza anche alla luce di un’opera della videoartista e performer Joan Jonas, ispirata alla stessa opera. L’analisi del testo offre l’occasione di un confronto serrato con il “canone letterario ideologico-patriarcale” che viene così profondamente rivisitato.

Alice Notely scrive con il preciso intento di comporre un’opera epica, un poema narrativo con una donna come eroe. Del suo The Descent of Alette si occupa la lettura critica di Paola Bono.

Se la figura di Notely si ispira ad Inanna, divinità sumera, sono “epiche del quotidiano” le scritture di Anne Tyler, Anita Brookner, Antonia Byatt e Valeria Parrella, analizzate da Monica Luongo. Siamo qui sulla soglia pubblico/privato e sulle narrazioni che ne ridefiniscono i contorni.

Nella rassegna non poteva mancare Doris Lessing, di cui Bia Sarasini analizza i romanzi che compongono il ciclo “I figli della violenza”. Sono cinque libri che coprono l’arco intero della vita della protagonista, una donna nel cui nome, Martha Quest, Sarasini scorge la traccia della “ricerca” intesa nel modo degli “antichi cavalieri”. Martha Quest è arrabbiata, ma la sua ira non è “funesta”. E allora qual è l’impresa? La risposta si trova nella connessione tra “azione” e “cura”.

La chiusura del volume è affidata alle autrici di les îles postexotiques ideadestroyingmuros. Un nome collettivo per un testo premessa/postilla al video-documentario omonimo, che nasce dall’idea di “dare visibilità a una gamma di vissuti diasporici e alle rispettive pratiche di restistenza, attraverso e contro l’Europa”. Preliminare è video è un appello che circola via mail tra amiche e propone la pratica dell’auto-intervista a partire da alcune questioni. La prima: “dove ha origine la tua rabbia (se ha origine)? Nel video “L’epica di noi” raccontano le loro pratiche di attraversamento.

E. C.

Epiche. Altre imprese, altre narrazioni

a cura di Paola Bono e Bia Sarasini
Iacobelli, 2014

239 p. ; 14,90€