Dai campi alle filande

06/09/2013

La zona dell’Altomilanese è oggi un susseguirsi di capannoni e strutture destinate alla logistica e al […]

La zona dell’Altomilanese è oggi un susseguirsi di capannoni e strutture destinate alla logistica e al terziario avanzato. Sono rare le tracce della grande industria, ancora più scarse quelle rurali del periodo in cui su questo territorio fioriva l’attività agricola. La terra asciutta e fertile percorsa dal fiume Olona si prestava infatti alla coltivazione di frumento e altri cereali, vite e gelso.

Donne, uomini e bambini che abitarono questa terra sono il soggetto del libro di Elena De Marchi, Dai campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella “pianura dell’Olona” 1750-1850 (Franco Angeli, 2012). Un’indagine storica tanto minuziosa quanto affascinante, frutto della ricerca dell’autrice per il Dottorato di ricerca in Società europea e vita internazionale presso l’Università degli Studi di Milano.

La domanda guida dell’autrice è perché, con la prima metà dell’Ottocento, le contadine si dedicassero in misura crescente ed assidua alla trattura della seta pur avendo disponibilità di campagna produttiva e rigogliosa. Perché, ma anche come:

Delineare il profilo degli addetti alle manifatture consente di conoscere chi fossero i membri della famiglie direttamente coinvolti nel processo d’innovazione in atto, e cioè le donne. Alla luce di ciò, ho analizzato il ruolo femminile all’interno della famiglia e i rapporti fra le donne, capaci di guadagnare salario, e gli uomini, spesso ancora legati alla terra e ai mestieri tradizionali (p. 12).

Nel passaggio dai campi alle filande, le donne sono dunque figure chiave di una metamorfosi economica e sociale innescata da una serie di fattori come il peggioramento dei contratti agrari e la messa a punto della manifattura della seta.

Donne operaie, ma anche balie: in entrambi i casi procacciatrici di reddito nella famiglia contadina, erroneamente considerata un’unica tipologia. L’autrice mostra come le differenze al suo interno fossero grandi. Se le famiglie di massari gestivano un appezzamento mediamente esteso, vivevano in cascina e costituivano aggregati di famiglie, quelle di pigionanti coltivavano terreni di dimensioni più modeste e formavano nuclei monoparentali.

Eliana De marchi ricostruisce lo scenario dell’ambiente domestico di queste famiglie, quello del cortile o casa di corte oppure la cassina, la cascina. Ambienti insalubri, in particolare per le famiglie dei pigionanti.

Il libro è anche un contributo alla storia del matrimonio e della famiglia. L’autrice illustra la formazione e il funzionamento delle famiglie, nelle tipologie sopra accennate, con gerarchie, divisione del lavoro e ruoli di genere strutturati comunque intorno alla figura del capofamiglia:

le madri esercitavano il loro potere nell’influenzare i coniugi nelle strategie matrimoniali, nella funzione di intermediazione con le altre famiglie, nell’amministrazione delle faccende domestiche; d’altra parte erano spesso escluse dalla gestione del lavoro, dal controllo delle entrate familiari e dai rapporti economici (p. 186)

In questo contesto si inserisce il lavoro femminile come fonte di reddito della famiglia contadina, una novità che irrompe in equilibri consolidati.

La storia delle donne della campagna milanese è una storia di fatica. […] Filatrice, contadina, madre, casalinga, balia, la donna di campagna racchiude in sé numerose identità. Se il lavoro femminile è spesso ritenuto un lavoro sommerso o non-lavoro, come quello delle casalinghe, allo stesso modo i mestieri delle donne dei secoli passati furono a lungo tempo considerati obblighi (p. 233).

In questo scenario spicca il baliatico, molto diffuso nel periodo considerato. Un lavoro a tutti gli effetti, in quanto le donne che mettevano a disposizione il proprio latte prendevano un salario – sempre comunque mediato da una figura maschile. L’autrice indaga in profondità caratteristiche, soggetti, modalità di svolgimento di questo mestiere.

Sempre nell’Ottocento si afferma un  peculiare mercato del lavoro a manodopera femminile, quello della la lavorazione della seta in tutte le sue fasi: dalla coltura del baco da seta nelle abitazioni delle famiglie contadine fino alla lavorazione del filo nei locali delle filande il cui padrone era sempre lo stesso proprietario della terra e della casa in cui abitavano. Locali terribili, come racconta anche Simona Perego nel libro E lee la va in filanda, dedicato al lavoro delle donne nella Filanda di Cernusco s/N, in provincia di Milano, oggi restituita alla città come sede di attività culturali.

Trattura e incannaggio della seta erano

operazioni svolte prevalentemente dalle donne, non solo perché erano una manodopera considerata docile per natura, a basso prezzo e bisognosa di lavorare, ma anche perché esse erano più adatte a svolgere alcune operazioni grazie alle loro caratteristiche fisiche, come le mani piccole e sottili, veloci e precise nel dipanare le bave (p. 234).

Il lavoro delle donne impegnate in questo settore acquista così un valore economico, tanto più importante in concomitanza con il peggioramento delle condizioni di vita delle famiglie contadine. Le quali pagarono un alto prezzo alla borghesia, che investiva il denaro accumulato nel commercio nell’acquisto della terra che le riforme napoleoniche avevano sottratto alla proprietà ecclesiastica e messo sul mercato.

Fra le condizioni più gravose imposte ai contadini vi fu l’introduzione dell’affitto in denaro per l’abitazione e le sue pertinenze (stalle, fienili, granai) (p. 72).

La novità dell’Ottocento fu dunque il debito dei contadini, ed è su questo anello che si aggancia il lavoro delle donne. Elena De Marchi ricostruisce il dinamismo di elementi economici e sociali, scomponendo e riarticolando armonicamente le fonti in quella che funziona come una vera e propria macchina del tempo.

Dai campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella “pianura dell’Olona” 1750-1850

di Elena De Marchi
ed. Franco Angeli, 2009
320 p., 26€

E.C.