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Che cosa vuol dire “genere”

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‘Studi di genere’, ‘linguaggio di genere’, ‘identità di genere’, ‘stereotipi di genere’, ‘disuguaglianze di genere’, […]

‘Studi di genere’, ‘linguaggio di genere’, ‘identità di genere’, ‘stereotipi di genere’, ‘disuguaglianze di genere’, ‘politiche di genere’ … la parola ‘genere’ è utilizzata ormai abitualmente in diversi ambiti. Piuttosto che definire qualcosa di preciso, però, la parola ‘genere’ veicola significati diversi a seconda del contesto in cui è utilizzata e rinvia dunque ad un insieme di problemi e di domande aperte.
Studi e pratiche di genere spingono a contrastare l’idea che i comportamenti di maschi e femmine siano immutabili. Non a caso il concetto di gender si sviluppa dapprima in ambito antropologico, storico e filosofico, laddove cioè si studiano azioni, idee, immaginazione e comportamenti umani nelle variabili di tempo e spazio.
Un approccio “di genere” evidenzia come negli esseri umani le caratteristiche determinate dal sesso biologico siano sempre e solo leggibili entro coordinate culturali, appuntom, variabili. La parola ‘genere’ rimanda quindi alla difficoltà di separare, negli esseri umani, ciò che è naturale da ciò che è culturale, e alla continuità inestricabile tra il piano biologico e il piano simblico.
Gli studi di genere – o gender studies – non dovrebbero costituire un settore di disciplinare, ma prospettiva critica sulla dualità di maschile e femminile, che viene assunta come campo d’indagine. “Decostruire il genere” rimanda alla necessità di comprendere in che modo il contesto in cui viviamo modella l’esplicitarsi delle caratteristiche sessuali e, reciprocamente, come il divenire consapevoli incida, a sua volta, sul contesto – proprio come avviene in un ecosistema, in cui l’ambiente influisce sulle creature che vivono in esso mentre al tempo stesso le creature influenzano l’ambiente.
Il tema non è solo una questione di mero dibattito accademico. La naturale inferiorità della donna rispetto all’uomo è stata, fin da Platone ed Aristotele, il discorso con cui intere “civiltà” inclusa quella greca hanno garantito che una parte dell’umanità fosse resa schiava rispetto ad un’altra. Gli studi e le pratiche di genere spiegano in che modo il concetto di “naturalità” o di “naturale” può essere usato a fondamento ideologico di ingiustize e discriminazioni. Per questo la prospettiva di genere ha una forte carica politica ed è tanto osteggiata dai rappresentanti della religione cattolica, quanto favorita dai movimenti di liberazione gay, lesbici, transessuali e omosessuali.
Un riepilogo utile e completo delle vicende della parola ‘genere’ e del perché oggi risulti ambivalente sono descritti da Paola Di Cori nel volume Glossario. Lessico della differenza, curato Aida Ribero per il Centro studi e documentazione pensiero femminile, pubblicato con il contributo della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e disponibile in formato pdf. Qui l’autrice ripercorre la storia della diffusione e anche della banalizzazione della parola ‘genere’, a partire dai testi che hanno segnato il dibattito teorico intorno a questa parola, prima nel linguaggio accademico e poi nel senso comune.
E’ dal movimento femminista degli anni Settanta che muovono le riflessioni intorno al genere. La parola gender è coniata negli Stati Uniti e si diffonde in Europa nel corso degli anni Ottanta. Il movimento politico delle donne apre nuovi orizzonti alla ricerca accademica, che a sua volta si riversa sui movimenti politici. Le vicende di questo attraversamento continuo sono appunto analizzate dalla Di Cori, a partire dalla pubblicazione del saggio dell’antropologa Gayle Rubin, che nel 1975
critica i fondamenti delle teorie di Levi-Strauss sullo scambio delle donne e ipotizza l’esistenza di un «sistema sesso-genere», inteso come serie di dispositivi socialmente prodotti e costruiti, alla base dell’oppressione delle donne (cit. in Ribero, 2007, p. 113)
e poi con il saggio della storica Joan Scott, che nel 1986 propone il genere come un’utile categoria di analisi storica, utile a superare la distinzione di stampo essenzialista tra maschile e femminile. Il saggio è stato riproposto dalla casa editrice Viella a 25 anni dalla prima edizione, nel volume Genere, politica, storia, con interventi di sei storiche di diverse aree geografiche e di diverse specializzazioni cronologiche, che sulla «American Historical Review» hanno recentemente fatto il punto sull’impatto della categoria di genere nei diversi campi della ricerca storica delle donne.
Di Cori sottolinea come nel corso degli anni la parola ‘genere’ sia divenuta quasi neutra – laddove invece la parola ‘sesso’ mantiene ancora una carica di provocazione – e pure sottolinea che la traduzione italiana di ‘genere’ non restituisce appieno il significato originario del termine inglese ‘gender’. Oggi, scrive Di Cori,
il termine sfugge a ogni tentativo di approdare a definizioni uniche e nette, per aprirsi invece ad apporti ed implicazioni di carattere assai problematico (p. 117)
Ci sembra di poter affermare, con Paola Di Cori, che gli studi di genere abbiano convinto la parte maggioritaria della comunità scientifica e pedagogica sul fatto che non sia importante plasmare il genere, quanto piuttosto crescere bambini e bambine con un buon livello di autostima.