Cartoline da Roma

16/02/2018

Lidia Campagnano, Cartoline da Roma, Unicopli, Milano 2017

Lidia Campagnano, Cartoline da Roma, Unicopli, Milano 2017

di Concetta Brigadeci

Il titolo fa pensare a un libro di viaggio, anche il formato del libro è da cartolina. È invece un libro che si legge a più livelli. Racconto e riflessioni si intrecciano e riassumono esperienze significative di una vita. Non è un’autobiografia, né un romanzo, non so se si può definire scrittura di esperienza.

Leggendolo ho pensato a quanto scrive Virginia Woolf: “Non è dunque possibile […] che le cose vissute con grande intensità posseggano una vita indipendente della nostra mente, continuino anzi tuttora a esistere? […] Immagino il passato, come un viale alle mie spalle, un lungo nastro di senso, di emozioni” (Momenti di essere).

Lidia Campagnano percorre in questo libro “un lungo nastro di senso, di emozioni”. I sensi sono a prevalere: l’olfatto, l’udito, la vista. È come se le cose vissute indipendentemente nella sua mente, la sua infanzia, il passato che l’ha preceduta, e quello più recente della sua militanza, prendessero vita e colore da un odore, l’odore del brodo domenicale alla mattina, da un suono, quello delle campane della domenica che danno inizio a un nuovo giorno ma anche a una rinascita. Una rinascita di sé annientata dal dolore, dallo spaesamento in una città che non sente più sua e da cui si sta congedando.

Questo libro è come una preghiera di un nuovo inizio, le parole un balsamo alle ferite aperte nel corpo dell’autrice e della città.

È anche un inno alla città, protagonista assoluta del libro, una città di cui si segnalano le ferite passate e quelle recenti, e in cui si concentrano storie famigliari, dei nonni, delle zie e infine del padre in fuga dalla persecuzione razziale, verso il Nord dove Lidia è nata e vissuta. Così lo sguardo si posa sul ghetto, sulle Fosse Ardeatine, sul Quadrato, dove vi fu resistenza di popolo. L’olfatto e l’udito si fanno sguardo e muovono il corpo a ritrovare le impronte di chi nel passato ha percorso quei vicoli, quelle strade, perché le pietre ne conservano l’odore, il suono. E il camminare per Lidia nella città, come già aveva intuito la Woolf in Per le strade di Londra, è un evadere da un sé collocato, ingabbiato, un trovare un sé plurale, tanti sé, ma anche una lingua non gergale, non letteraria, senza appartenenze, non “mafiosa”- Così le stratificazioni storiche della città evocano memorie collettive e personali, e lo sguardo si fa memoria e pensiero sull’oggi, sulla decadenza della città e del suo principio costitutivo: la cittadinanza attiva, la libertà, l’agire politico del cives. Ma la città nel suo costituirsi impone ruoli, ranghi, compiti agli uomini e alle donne, senza i quali non esistono. Le donne nell’oikos a cucire (ago e filo) gli uomini nello spazio pubblico dell’agorà. Fondare una città comporta erigere mura che la circoscrivono e quindi prevede una contraddizione esplosiva: l’inclusione dei cittadini e l’esclusione di altri, donne e stranieri.

Una contraddizione esplosiva che implica l’inizio di una decadenza. Come se le città siano destinate alla decadenza. Così ora le piazze che davano forza e identità collettiva, quando si riempivano di manifestanti con le loro bandiere, ora sono vuote e vuote sono le identità di chi le riempiva, prive di senso. Siamo di nuovo nella decadenza, come quando gli acquedotti romani si sono prosciugati e le strade lastricate si sono ricoperte di erbacce. Ed è finita l’idea di politica come condivisione di valori, ideali, nello spazio pubblico. E Lidia offre le sue parole a Folake, profuga sopravvissuta agli orrori di guerre e violenze, usando la seconda persona singolare “tu” che sostituisce il noi collettivo ormai assente.

Ma è questo vocativo, tu Folake, che schiude le porte alla speranza, alla fiducia di essere ascoltata e accolta. Lidia profuga o esule chiede asilo e ascolto a un’altra esule che ben altri orrori e guerre ha vissuto. Ed è questo tu intimo, che evoca a Lidia il cerchio dell’autocoscienza femminista, che dà forza e sostanza all’io frantumato, annientato. Una speranza di ascolto quella di Lidia ma anche un invito ad accogliere e ascoltare i fantasmi che ognuno porta con sédi persone care o importanti, sedimentati nei gesti e pensieri di chi è sopravvissuto, ed evocati dai luoghi, da un odore, un suono.

Il “tu Folake” è anche un dialogo, un’apertura all’altra di sé, perché per Lidia l’essere in territori sconosciuti, al cospetto di culture e mondi diversi avvicina a sé stessi, sconfigge la solitudine vissuta come “essere senza nessuno”, riempie il vuoto della perdita.

Cartoline da Roma
di Lidia Campagnano ed. Unicopli,
111 p., 12 €