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Benemerite di Milano iscritte al Famedio

30/10/2015

Una particolare attenzione alle donne caratterizza quest’anno le tradizionali celebrazioni in onore dei defunti al […]

Una particolare attenzione alle donne caratterizza quest’anno le tradizionali celebrazioni in onore dei defunti al Cimitero Monumentale. Le iscrizioni al Famedio di lunedì 2 novembre comprenderanno infatti anche 14 figure femminili che in varie epoche sono state protagoniste della storia milanese. Tra esse, anche Ersilia Bronzini Majno, fondatrice dell’Unione femminile nazionale.

Gli eventi “al femminile” prenderanno avvio già domenica 1 novembre, dalle ore 10 alle 18. Appuntamento che apre anche l’anno di iniziative per le celebrazioni dei 150 anni del Cimitero Monumentale, inaugurato nel 1866.

Lunedì 2 novembre, come da tradizione, si svolgerà la cerimonia ufficiale al Famedio, con l’iscrizione di 15 nuovi Benemeriti e di 14 donne Benemerite: donne che con la propria opera hanno contribuito a scrivere l’evoluzione e il progresso di Milano.

“Quest’anno oltre a far scoprire la storia Milano – spiega l’assessore ai Servizi civici Franco D’Alfonso – abbiamo voluto rendere omaggio alla memoria delle sue protagoniste. Quattordici donne che per la loro vita, impegno e  lavoro meritano di essere commemorate. Nomi come Maria Grazia Cutuli, Maria Montessori, Alessandra Ravizza, Antonia Pozzi, Maria Maddalena Rossi, solo per fare qualche esempio, entreranno nel Pantheon dei Milanesi: con il loro ingresso al Monumentale tra i  personaggi illustri che hanno reso grande Milano, si coglie il senso della scelta dell’Amministrazione che ha voluto dare il giusto lustro a chi, pur avendo vissuto in periodi storici e settori diversi, ha permesso alla nostra città di diventare quella che è oggi: una capitale europea moderna e rispettosa dei diritti di tutte e tutti”.

Vedi il programma sul sito del Comune di Milano

14 donne che hanno contribuito a rendere grande Milano

(schede a cura del Comune di Milano)

L’identità di Milano risiede in un processo di accoglienza e di inclusione dell’altro, ben espresso nell’equilibrio tra milanesi nativi e adottivi iscritti al Famedio a cui non corrisponde una parità di genere tra le figure maschili e quelle femminili che hanno contribuito allo sviluppo virtuoso della città. Al fine di riparare simbolicamente al forte squilibrio e al parziale misconoscimento e dopo un’accurata ricerca storica, per il 2015 verranno iscritte 14 donne che con la loro opera non ordinaria hanno contribuito alla crescita civile, sociale ed economica della città.

Native o adottive, cosmopolite per formazione o tensione esistenziale, l’elenco speciale delle 14 donne che verranno iscritte al Famedio si snoda lungo l’arco di due secoli, a partire dalle prime donne che hanno svolto un ruolo nel nostro Risorgimento fino ad arrivare al 2001, quando su una strada sterrata che portava a Kabul parte di un convoglio di giornalisti venne fatto deviare e Maria Grazia Cutuli, giornalista, uccisa nell’agguato.

Iniziamo il viaggio con Maria Montessori, (1870-1952), una delle prime donne che si laureò in medicina e che ampliò la formazione medica con quella filosofica così da avere, come pedagogista, un approccio integrato allo studio dei bambini con difficoltà psichiche e con disabilità. Il successo del suo metodo, che comportò in molti casi il recupero totale dei bambini a lei affidati, la indusse ad estenderlo anche in sede di pedagogia generale. Assimilata la lezione di Itard sullo studio dei “bambini selvaggi” ( Victor ), considerò il bambino un “essere attivo” che, in un ambiente favorevole e non normativo, poteva estrinsecare energie creative e disposizioni affettive attraverso l’autosviluppo, l’autoeducazione e l’autocorrezione. Organizzò le prime “Scuole per bambini” a Roma e nel quartiere Solari di Milano: in esse la funzione maieutica svolta dall’educatore era coadiuvata dall’ambiente fisico, arredi e materiale ludico/didattico, volto a favorire l’esplorazione autonoma, la ricerca e l’attività individuale di apprendimento. Le scuole e il “metodo Montessori” si svilupparono e si diffusero rapidamente in tutto il mondo e sono considerate patrimonio conoscitivo dell’umanità.

L’Ottocento risorgimentale fu il secolo in cui le donne per la prima volta presero parte attiva alla vita politica e sociale. Contrariamente al sentire comune, vi fu un Risorgimento quasi invisibile e connotato dal lavoro svolto da diverse donne, quali Metilde Viscontini Dembowski (1790-1825), Bianca Milesi (1790-1849), Costanza Trotti Arconati (1800-1871) e Clara Maffei (1814-1886) donne che, in diverso modo e con differente intensità, contribuirono ad alimentare il clima culturale e politico in cui è sorto e da cui si è sviluppato il Risorgimento. Metilde Viscontini si distinse per gli ideali di libertà e di indipendenza che perseguì tanto nella sfera privata che in quella pubblica. A tutela dei propri diritti di donna contro le interpretazioni più retrive del codice napoleonico e asburgico, ottenne la separazione dal marito, l’ufficiale polacco Dembowski. In ambito pubblico, si adoperò a favore delle libertà politiche fondando un circolo ( il “salotto azzurro”) legato ai liberali piemontesi. Amica di Ugo Foscolo, di Piero Borsieri, di Federico Confalonieri e della moglie Teresa Casati, fu arrestata per la sua partecipazione alla cospirazione antiaustriaca del 1821. Interrogata a lungo, negò ogni coinvolgimento e non danneggiò alcuno dei suoi amici.

Bianca Milesi, politica e pittrice, studiò arte a Milano e a Roma , dove conobbe Antonio Canova e fu allieva di Francesco Hayez. Dopo diversi viaggi, tornò a Milano fondò un salotto animato da spirito antifrancese e antiaustriaco che si collocava nell’orbita di Federico Confalonieri. Anticonformista nel pensiero e nei modi, si dice portasse capelli corti, scarponi militari e tenesse sempre una copia del “Saggio sulla tolleranza” di John Locke sotto il braccio. Fu inventrice della cartolina à jour o “carta frastagliata”, ovvero una grata che, sovrapponendosi alle lettere dei cospiratori, permetteva loro di leggere il messaggio cifrato sottostante. In seguito ai moti del 1821, fu interrogata con durezza ma non fece alcuna ammissione. Fuggita all’estero, tornò in Italia nel 1825 dove a Genova sposò un medico della città mentre indomita iniziò a divulgare le teorie educative di Marie Edgewort e ad applicarle negli asili infantili. Costanza Trotti Arconati, di famiglia aristocratica, partecipò con il marito ai moti del 1821. La coppia fu costretta all’esilio e rientrò in Italia solo dopo l’amnistia del 1838. Svolse a più riprese la pericolosa funzione di occulta messaggera dei dispacci dei cospiratori. La contessa Clara Maffei, istituì il “salotto Maffei”, un circolo inizialmente frequentato da artisti che via via si connotò sempre più come luogo di discussione e di decisione politica e dove si potevano incontrare Honoré de Balzac, Franz Listz, Tommaso Grossi, Massimo D’Azeglio, Cesare Correnti, Carlo Tenca, suo compagno dopo la separazione dal marito, e quel Giuseppe Verdi che nel 1842 mise in scena alla Scala un trionfale Nabucco. Coinvolta nelle Cinque Giornate di Milano, dovette momentaneamente riparare a Locarno dove conobbe Mazzini. Tornata più tardi a Milano, aprì di nuovo la sua casa a letterati, artisti e ai redattori del “Crepuscolo”.

Solitaria si staglia la figura di Angelica Balabanoff (1877-1965) Nata a Kiev, poliglotta, lasciò la Russia giovanissima per trasferirsi a Bruxelles dove studiò filosofia e sociologia. Viaggiò, divenne amica di Rosa Luxemburg a Berlino e di Antonio Labriola a Roma. Dopo essersi iscritta al Partito Socialista Italiano, si recò in Svizzera per assistere materialmente e politicamente gli immigrati italiani e in quella circostanza conobbe Lenin. Nel 1915, in qualità di rappresentante permanente del Partito Socialista Italiano, organizzo la conferenza internazionale dei neutralisti a Zimmerwald. Strenua pacifista, con Clara Zetkin “guerra alla guerra” era il suo motto, fu .costretta a lasciare l’Italia con l’ascesa del fascismo, per rientrarvi solo nel 1947. Tra le sue opere “Dalla schiavitù alla libertà”, ”La mia vita di rivoluzionaria”.

Milano è notoriamente animata da uno spirito imprenditoriale, come testimonia l’anticipatrice Elvira Leonardi Bouyeure in arte Biki (Milano, 1906-1999), che è stata una delle più celebri sarte (tale amava definirsi, aborrendo il termine “stilista”) italiane tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta. Il suo atelier milanese, luogo d’incontro di molte personalità della cultura, è stato frequentato anche da Maria Callas, che trovò in Biki ( il soprannome le fu dato al nonno Giacomo Puccini, bicchi da biricchina) una alleata nel suo processo di trasformazione Ciò che contraddistinse il lavoro di Biki fu, tuttavia, la lungimiranza e lo spirito imprenditoriale che la indussero ad allearsi fin dagli anni ’60 con l’alta moda. Diversa fu la parabola di Rosa Genoni ( 1867-1954), sarta e attivista politica, donna dotata di una personalità poliedrica. Prima di 17 fratelli, nacque in provincia di Sondrio e giovinetta venne mandata a Milano dalla zia sarta. Le sue capacità le consentirono, mentre era a bottega nelle case di moda milanesi, di apprendere il mestiere rapidamente, di fare viaggi di lavoro a Parigi e, nella capitale francese, di osservare l’organizzazione del sistema moda. Antesignana del made in Italy, ottenne un grande successo all’Esposizione universale di Milano del 1906 con abiti ispirati alla tradizione pittorica rinascimentale. La sua esperienza parigina e le sue convinzioni, la indussero ad insegnare e a dirigere al sezione Sartoria della scuola professionale femminile della Società Umanitaria, a lottare per i diritti delle donne e per migliorarne le condizioni di lavoro. Con altre donne milanesi ed europee lavorò, inutilmente, per rafforzare il fronte contro la guerra. “La donna e la guerra” è il titolo della conferenza che tenne a Milano nel 1914.

Alessandrina Ravizza (1846-1915), che Sibilla Aleramo chiamava Sacha, nata in Russia da padre oriundo italiano, arrivò a Milano a 17 anni per studiare canto al Conservatorio. In Lombardia fece incontri che la indussero ad occuparsi dell’emancipazione femminile e di opere assistenziali al fine di trasformare le coscienze e, conseguentemente, la società. Colta, affabile, volitiva, coinvolse nelle sue imprese persone di diversi ambienti sociali permettendo così ai suoi progetti sociali di realizzarsi. Promosse la prima scuola professionale femminile, aprì la cucina per ammalati poveri ( 1879 ) e il laboratorio medico gratuito. Nel 1901 fu tra le fondatrici dell’Università Popolare, quale strumento di emancipazione. Tra gli scritti , testimonianze del suo lavoro, i “Sette anni di vita nella casa di lavoro” e i “Miei ladruncoli”.

Ersilia Bronzini Majno (1859-1933), fondatrice dell’Asilo Mariuccia fu una instancabile pioniera. Iniziò ad impegnarsi nel sociale nella Guardia ostetrica diurna e notturna gratuita, organizzata da Alessandrina Ravizza, con l’intento di offrire alle donne un servizio medico e un centro d’ascolto. Dopo la repressione del 1898 e la persecuzione delle associazioni femminili, con l’intento di riunirle per renderle più forti, fondò l“ L’Unione femminile ” e organizzò incontri formativi per giovani operaie. Nel 1900, prima donna in Italia, entrò a far parte come consigliere d’Amministrazione nell’Ospedale Maggiore di Milano. Nel 1901, mentre era a Roma per una riunione sui diritti delle donne, venne raggiunta dalla notizia dell’improvvisa morte della figlia Mariuccia. Fu a lei intitolato – ma verosimilmente l’idea era antecedente alla scomparsa della figlia – un ente finalizzato al recupero delle bambine e delle ragazze vittime di abusi, “ L’Asilo Mariuccia”, divenuto Ente Morale nel 1908 e da lei diretto fino alla morte, nel 1933. Fu sempre nel 1901 che venne istituito e presieduto dalla stessa Majno il comitato per la lotta alla prostituzione, parte di una più ampia rete internazionale per lo studio e il contrasto del fenomeno. Il tema della tutela delle donne, del lavoro e dei minori proseguì anche nell’ambito della sensibilizzazione legislativa, dal momento che fu anche grazie a lei e ad altre milanesi, che si arrivò alla “Legge Carcano”. Nel 1910 fu nominata membro della commissione per lo studio della delinquenza minorile e contribuì a preparare la strada a quelle riforme che portarono poi all’istituzione del Tribunale dei Minori, cercando contemporaneamente alleanze e collaborazioni nella società civile per favorire il reinserimento sociale dei ragazzi.

Anna Maria Mozzoni (1837-1920). Fu giornalista, scrittrice, attivista dei diritti civili e sostenitrice del suffragio femminile. Nata in una famiglia nobile che non fu in grado di provvedere adeguatamente alla sua istruzione, dopo l’adolescenza, scelse di formarsi da sé attingendo alla ricca biblioteca paterna. Lettrice attenta, profonda conoscitrice del pensiero di John Stuart Mill, di cui tradusse in italiano “The subiection of Women”, fu un’alacre fondatrice e animatrice di circoli, conferenziera, insegnante di filosofia. Emancipazionista, fu sempre centrale nel suo pensiero la “questione femminile”: si spese perché le donne avessero un’istruzione pari a quella maschile in modo da garantire loro un lavoro e l’indipendenza economica, A partire dal suo testo “ La donna e i rapporti sociali” del 1864, sostenne la necessità del suffragio femminile e fece presentare in Parlamento due petizioni, nel 1877 e nel 1906, per il diritto al voto delle donne, diritto acquisito in Italia solo nel 1946. Tra i suoi testi “ La legislazione a difesa delle donne lavoratrici” e la conferenza “ Del voto politico alle donne”, 1877.

Antifascista militante, Maria Maddalena Rossi ( 1906-1995), laureata in chimica, fu arrestata durante il fascismo e mandata al confino. Eletta, insieme a pochissime altre donne, nell’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana si impegnò sia a favore della pace che per i diritti delle donne. In particolare si scontrò con i colleghi perché le donne potessero accedere alle più alte cariche della magistratura dal momento che, secondo l’articolo 7 , n.1176 del 1919 “ Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l’esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento. Si dovette tuttavia attendere fino al 1963 perché alle donne fosse consentito l’accesso in magistratura.

Tra le maggiori poetesse del ‘900, solitaria e unica, per formazione, sensibilità e lavoro poetico, fu Antonia Pozzi ( 1912- 1938). Si laureò con Antonio Banfi con una tesi su Gustave Flaubert e frequentò la “Scuola di Milano”, di cui facevano parte Remo Cantoni, Vittorio Sereni, Enzo Paci, Dino Formaggio, Ludovico Geymonat, e molti altri, tutte figure maschili e indistintamente tutte punte di diamante del pensiero del ‘900. Con una coerenza sorprendente al dettato fenomenologico della Scuola di Milano, seppure non immediatamente percepibile, fu il suo canale di espressione privilegiato e d’eccellenza per “dare forma alle cose”, la poesia. “ Per troppa vita che ho nel sangue, tremo nel vasto inverno. E all’improvviso, come per una fonte che si scioglie nella steppa, una ferita che nel sonno si riapre, perdutamente nascono pensieri nel deserto castello della notte”, da “Sgorgo”

Arriviamo a un’altra donna che rendeva visibile l’invisibile con la parola, Maria Grazia Cutuli ( 1962-2001). Giornalista del Corriere della Sera, fu uccisa a 39anni in Afghanistan, su una strada che portava a Kabul. Nata a Catania nel 1962, dove si laureò in filosofia con una tesi su Michel Foucault, in Sicilia iniziò quella lunga marcia che la porterà a diventare giornalista prima e inviata di fatto poi, “in prima fila nelle aree di crisi del mondo”. Scelse per sé stessa “posti poco adatti alle donne”, come amava dire, ovvero luoghi di frontiera oscuri e pericolosi dove dare forma con la parola a realtà ignorate o sottaciute. Fu così che la troviamo a Sarajevo, in Iraq, in Africa, in Pakistan, o nel Benin di cui scrive “tra i cacciatori di bambini venduti a 30 mila lire l’uno in Gabon..Mamà Gabon, il suo vero nome non l’ha mai conosciuto…carceriera vigile e solerte ….l’ha piazzata presso una famiglia di Libreville che, a 9 anni, l’ha adottata facendola lavorare tutto il giorno al mercato …per poi rispedirla indietro, nel suo villaggio nel Benin, quando è rimasta incinta”.